Il Laboratorio delle idee

Il Laboratorio delle Idee

Un giorno ho ascoltato un’intervista ad una persona, credo si trattasse di un religioso.

Quella persona mi sembrava specialissima, ho pensato immediatamente, e non so perché, che fosse la persona più ricca del mondo.

A questa conclusione sono giunta d’improvviso come un’illuminazione.

Eppure quella persona non possedeva beni.

Si trattava di un religioso che non aveva nulla di suo. Un sorta di voto di povertà.

Allora mi sono detta: perché ho pensato che fosse ricca, anzi perché ho pensato che fosse la persona più ricca del mondo?

La domanda è rimasta sospesa.

Un altro giorno mi si è impressa nella mente un’altra scena.

Un’attrice piccolina, bassina, un’altra religiosa, che indicava ad uomo come la realtà parte dalla mente.

Ogni cosa reale prima di diventare tale, parte dalla mente, dall’idea di essa che si forma nella nostra testa.

Un dottore prima di diventare medico, parte dall’idea di diventare dottore.

Certo poi c’è tutto un lavoro dietro per trasformare quella idea in realtà, ma tutto parte dall’idea.

E rivedo la mano di quest’attrice bassina, che si poggia sulla testa dell’uomo, catturando l’idea nella sua mente, e dimostrandogli che, da quell’idea è nata la realtà.

Cosa c’entrano queste due immagini, quella del religioso più ricco del mondo, e quella dell’attrice bassina?

Due immagini che restano lì, e che un giorno, nella mia mente, si congiungono mirabilmente.

Ogni essere umano è un universo inesplorato.

E’ una meraviglia.

Nessun essere umano è identico ad un altro.

Siamo tutti esemplari unici, fatti da un essere onnipotente che ci ha creati tutti diversi e tutti unici.

Cosa mirabile e straordinaria!

Ma se è così, ognuno di noi partorisce pensieri diversi, idee diverse.

La nostra unicità è la nostra ricchezza.

E’ il nostro valore intrinseco.

Siamo ricchi pur se non abbiamo nulla.

Abbiamo un valore intrinseco, impressoci dal nostro Creatore.

Se solo avessimo presente ciò, potremmo comprendere fino in fondo cosa è “un uomo” e cosa Dio ha creato, e solo Lui avrebbe potuto creare.

E quindi ora credo di intuire perché quel religioso era l’uomo più ricco del mondo.

Aveva in sé la consapevolezza della sua unicità, la consapevolezza di essere creatura di Dio.

Non una visione idolatra di se sé stesso, ma la consapevolezza della immensità ed onnipotenza del suo Creatore.

E Dio, anche quando crea una cosa “finita”( ed è tutto da vedere se sia tale), come “l’uomo”, lo fa in modo perfetto e sorprendente.

Parliamo di Dio!

Ed ecco l’altro punto di congiunzione.

Se l’uomo fosse consapevole del suo essere Creatura di Dio, sarebbe consapevole anche della forza che ha in sé, e delle potenzialità del suo essere.

Ecco perché un’idea, un pensiero finito, partorito dalla nostra mente può diventare realtà, seppure attraverso l’impegno di una vita intera.

Ma perché ciò possa accadere, l’uomo deve riscoprire la propria unicità.

Deve comprendere che solo accedendo a tale unicità può offrire idee valide e nuove, trasformabili in realtà.

Non è nell’eco di idee uniche (pre-costruite da alcuni) che l’uomo può aumentare il proprio valore e acquisire dignità ( che già gli appartiene).

Si dice sempre che il mondo è pieno di problemi.

I problemi invocano soluzioni.

Ma per trovare soluzioni bisogna cercarle e aver voglia di cercarle. La massificazione delle idee ( nel senso di un mero eco delle medesime idee tutte uguali) vanifica la nostra unicità e anche la nostra utilità.

L’uomo ha già in sé gli strumenti per la soluzione dei problemi ( per la maggior parte da lui stesso creati).

Non perché è un Dio.

Bensì, perché creato da Dio.

Quindi deve pescare dalla sua unicità per approdare alla soluzione dei problemi.

Abbiamo una mente, ancora sconosciuta, che deve essere usata per risolvere problemi, creare soluzioni.

Il laboratorio delle idee, è un progetto che parte da una idea.

L’uomo è dotato di creatività, della capacità di creare ciò che nella realtà non c’è, partendo da un’idea.

Può quindi creare soluzioni per problemi concreti.

Può attingere alla sua unicità per migliorare la vita e la società, per tutti.

Si tratta del fattore “umano” che in nessun studio statistico può essere matematicamente misurato, perché è insondabile.

Quindi pensiamo, sforniamo idee, che trasformeremo in realtà.

Immagino un cappello caldo e bello all’uncinetto, e ho provo a realizzarlo.

Partire da un problema concreto ed immaginare soluzioni del medesimo, verificando la fattibilità delle idee immaginate.

E’ questo il laboratorio delle idee.

Impariamo a trasformare in realtà le nostre idee.

Ma non limitatevi all’idea.

Provate ad immaginare come trasformarla in realtà, come renderla fattibile.

Avv. Filomena Iervolino

No all’Accollo del mutuo

No all’Accollo del Mutuo

 

Una pratica frequente delle Banche in caso di decesso del debitore.

In quest’articolo si vuole informare i cittadini su di una pratica molto diffusa nell’agire delle Banche.

L’unica difesa dei cittadini contro questa pratica è dire “No” all’accollo del mutuo.

Mi riferisco ad una situazione che si ripete tutte le volte in cui un debitore, che ha contratto un mutuo fondiario per l’acquisto della prima casa, o per la sua ristrutturazione, muore.

Pensiamo al caso di due coniugi, che per acquistare la loro prima casa ricorrono ad un mutuo fondiario erogato da una Banca.

Tali coniugi saranno responsabili in solido del pagamento delle rate del mutuo.

Ciascuno di essi, cioè, potrà essere chiamato dalla Banca a rispondere per l’intero debito, contratto da entrambi, salvo il regresso nei confronti dell’altro debitore.

Se uno dei coniugi muore, il pagamento del mutuo grava solo sul coniuge superstite.

La Banca, quindi perde un debitore.

La qual cosa, non è di poco conto.

Infatti, del debito contratto, il debitore risponde con tutto il proprio patrimonio, presente e futuro.

La morte del debitore significa per la Banca la perdita di tutto il patrimonio, presente e futuro, del debitore deceduto.

E quindi si traduce nella perdita di un intero patrimonio a garanzia dell’adempimento del debito contratto.

Tuttavia la Banca, in questi casi, corre subito ai ripari.

Venuta a conoscenza della morte del debitore, convoca tutti i potenziali eredi del debitore deceduto.

Inoltre, consiglia, vivamente, a questi di procedere all’accollo del mutuo del debitore deceduto.

Le insidie dietro la proposta di accollo del mutuo

Il comportamento della Banca, in caso del decesso del debitore mutuatario, è molto pragmatico.

E’ nella sostanza improntato solo ed esclusivamente a salvaguardare l’adempimento di un suo credito.

La Banca è una impresa a tutti gli effetti, e salvaguardia, unicamente, i propri interessi.

Il cittadino può difendersi solo conoscendo bene le regole del gioco ( e quindi i suoi diritti).

Prima insidia : il chiamato all’eredità non è erede.

Innanzittutto, quando vi è il decesso di una persona, non esistono “eredi” ma solo “chiamati” all’eredità.

Un erede, diventa tale, solo se accetta l’eredità della persona deceduta.

Il subingresso nell’eredità di una persona deceduta non è automatico.

Il motivo di ciò risiede nel fatto che non può imporsi ad un figlio di subentrare automaticamente nel patrimonio del genitore, che potrebbe essere pieno di debiti.

La legge vuole impedire che i debiti dei padri ricadano sui figli.

Quindi, si diventa eredi solo se si accetta l’eredità.

Questa circostanza è ben nota alle Banche.

Quando una Banca convoca i “chiamati all’eredità” del debitore deceduto, sa che tali chiamati non sono ancora eredi.

Pertanto, quando propone a questi l’accollo del mutuo, sta proponendo a persone estranee al debito del morto, di far proprio un debito che non è il loro.

La Banca chiede ai “chiamati eredi” di sostituirsi al debitore morto.

In questo modo, la Banca può contare su tutto il patrimonio, presente e futuro, dei chiamati all’eredità, che si sono accollati il mutuo.

In pratica, sostituisce al patrimonio del defunto, quello di tutti i suoi potenziali eredi.

Come impedire che ciò accada? Basta dire “No” all’accollo del mutuo.

Seconda insidia: la necessità di agire tempestivamente.

La morte di una persona cara è un momento spesso difficile da affrontare e crea uno stato di smarrimento.

Le persone in quei momenti sono poco propense ad occuparsi di problemi concreti, perchè la mente ed il cuore sono rivolte unicamente al ricordo della persona cara.

Tuttavia, è proprio nei tempi immediatamente successivi alla morte del debitore, che le Banche si attivano per tutelare il proprio credito.

Pensiamo al caso di un padre che in vita ha contratto un mutuo per l’acquisto della prima casa, ove viveva con la propria famiglia (moglie e tre figli).

Immaginiamo che, in vita, il padre di famiglia abbia già deciso di dividere parte dei propri beni, magari ricevuti in eredità, tra i propri figli.

Immaginiamo che abbia donato ad ogni figlio una casa ad eccezione della casa in cui vive acquistata con il mutuo

Il padre di famiglia muore.

I figli vivono tutti nella stessa casa con l’altro genitore.

Vivono nella casa acquistata con il mutuo dal genitore deceduto, mutuo non ancora estinto.

I figli e l’altro coniuge, residenti nella casa del genitore defunto, sono nel possesso dei suoi beni.

In questo caso, la legge stabilisce che se i “chiamati all’eredità” non agiscono entro tre mesi dalla morte del padre di famiglia, il loro patrimonio potrebbe irrimediabilmente confondersi con quello del genitore deceduto.

Ma procediamo con ordine.

Il padre di famiglia aveva già diviso in vita i beni ereditati, dai propri parenti, tra i suoi tre figli.

L’unico bene non assegnato a nessuno risulta essere la casa oggetto di mutuo.

I “chiamati” all’eredità entro tre mesi dalla morte del genitore devono procedere all’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.

In pratica, se i figli del padre di famiglia vogliono impedire che la Banca si appropri anche dei beni ricevuti dal padre, quando questi era in vita, devono agire tempestivamente.

Devono cioè impedire che gli sia preclusa la possibilità di mantenere separati il proprio patrimonio da quello del padre deceduto.

Con l’accettazione con beneficio di inventario i figli dicono appunto questo.

Dichiarano di non volere che il proprio patrimonio e quello del loro genitore deceduto, diventino tutt’uno.

In questo modo, i figli non diventano debitori della Banca per un debito assunto dal proprio padre.

Il tutto va fatto entro tre mesi dalla morte del genitore.

Si impedisce alla Banca di poter agire, per soddisfare il credito nei confronti del de cuius, anche sugli immobile dei figli.

Riassumendo

I figli per difendersi dalle Banche devono procedere in tal modo :

1. dire “No” all’accollo del mutuo, se convocati dalla Banca;

2. Accettare l’eredità del genitore defunto”con beneficio di inventario” entro tre mesi dalla morte del genitore (se hanno il possesso dei suoi beni).

Agendo in tal modo, i figli (e/o il coniuge non mutuatario) non diventano debitori del mutuo del proprio genitore( e/o coniuge).

La strategia delle Banche

Le Banche, avvenuta la morte del proprio debitore mutuatario, convocano i chiamati all’eredità.

Tale convocazione avviene in genere dopo il decorso dei tre mesi dall’apertura della successione di morte.

In pratica, dopo che è spirato il termine dei tre mesi, contemplato dalla legge per l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, per i chiamati in possesso dell’eredità.

La Banca sa che i “chiamati” nel possesso dei beni, non hanno accettato con beneficio di inventario.

Quindi, tali chiamati non potranno più accettare l’eredità mantenendo distinto il proprio patrimonio da quello del parente deceduto.

Se decidono di accettare, dovranno accettare tutto, compreso i debiti (c.d. accettazione pura e semplice).

Tuttavia, sebbene la Banca sia a conoscenza di ciò, vuole ugualmente mettere al sicuro il proprio credito.

Infatti, i chiamati all’eredità potrebbero comunque decidere di rifiutare l’eredità se si rendono conto che non possono più accettare solo l’attivo ( con l’accettazione con beneficio di inventario).

La rinunzia all’eredità da parte degli eredi del debitore sarebbe un danno per la Banca che potrebbe agire solo sul bene ipotecato per ottenere il pagamento del mutuo.

Per impedire quindi che il rifiuto all’eredità dei chiamati, riduca le garanzie del proprio credito, la Banca invita i chiamati ad accollarsi il mutuo, prima che gli stessi rinunzino all’eredità.

L’accollo viene prospettato come una strada naturale, quasi obbligata.

Anzi a volte tale strada appare come l’unica percorribile ai malcapitati “chiamati all’eredità”.

La morte del debitore determina a volte la perdita di un reddito in famiglia, se il de cuius lavorava ancora.

Oppure può determinare la perdita di un reddito di pensione, se il deceduto era un pensionato.

Pertanto, la vedova può non avere sufficienti risorse per continuare a pagare le rate del mutuo.

Nel periodo immediatamente successivo alla morte del proprio caro, la vedova non pensa a tali problemi concreti.

La conseguenza è che le rate del mutuo da pagare si accumulano.

La realtà si presenta alla porta quando la Banca richiede l’immediato pagamento delle rate del mutuo scadute e non pagate.

In questo caso, il povero debitore superstite (in genere la vedova) si trova in una situazione di sudditanza psicologica nei confronti della Banca.

Sa, cioè di non aver onerato un debito con la Banca, e quindi è disposta a qualunque cosa per risolvere il problema.

In questo caso la Banca si dichiara pronta ad aiutare la povera vedova.

La Banca propone alla vedova la sospensione del mutuo per consentirle di recuperare risorse che le consentano di onerare il debito (anche suo) o del marito.

La Banca prospetta alla vedova, la possibilità di mettere al sicuro i suoi figli dal debito del marito.

Suggerisce a quest’ultima di accollarsi interamente il mutuo.

Perchè ciò sia possibile, è necessario che i “chiamati” (che la Banca chiama eredi) partecipino all’atto di accollo dinnanzi al notaio, manifestando quali eredi il loro consenso all’accollo del mutuo da parte della sola madre vedova.

Attenzione ! Qui si cela l’insidia più grande.

L’accollo è sempre cumulativo e raramente liberatorio.

La proposta della Banca sembra la soluzione ideale .

La vedova, si assume da sola il pagamento del mutuo del povero marito deceduto, e, i figli accettano che la madre si accolli tale mutuo.

Tuttavia, la Banca non rivela ai “chiamati” all’eredità che l’accollo operato dalla madre non libera i potenziale eredi dal debito del proprio genitore defunto.

Infatti tale liberazione dal debito può avvenire solo se la Banca esplicitamente dichiara, nell’atto innanzi al Notaio, di liberare i figli ( o gli altri eventuali ” chiamati all’eredità”).

Ma la Banca non effettuerà in nessun caso tale dichiarazione, nè accetterà mai un accollo del genere.

Per la Banca un accollo liberatorio significherebbe rinunciare al patrimonio dei “chiamati all’eredità” a garanzia del proprio credito.

Quindi, l’accollo che la madre e i figli vanno a firmare innanzi al Notaio è un accollo cumulativo.

Che cosa comporta l’accollo cumulativo?

Se la madre non è più in grado di pagare le rate del mutuo del marito, a ciò dovranno  dovranno provvedere i figli ( o altri eventuali chiamati all’eredità).

I figli con l’accollo della madre diventano debitori della Banca, nel caso in cui la madre non sia più in grado di onorare il debito assunto.

La Banca prospettando la tutela dei figli, in realtà, carpisce il loro consenso ad un accollo cumulativo che obbliga tutti, madre e figli.

La Banca in tal modo ha sostituito al debitore deceduto altri debitori.

Debitori che rimangono tali.

Neppure la rinunzia all’eredità del padre defunto potrà più impedire l’assunzione del debito del padre.

Con l’accollo cumulativo i figli sono ormai debitori della Banca.

Come tutelarsi? In qualunque situazione si trovi il cittadino, deve sempre dire “No” all’accollo del mutuo, se vuole impedire di accollarsi un debito altrui.

Avv. Filomena Iervolino

Nullità del Mutuo fondiario: violazione del limite di finanziabilità

Nullità del mutuo fondiario.

Violazione del limite di finanziabilità

(Cass. civ. Sez. I, Sent., (ud. 09-05-2017) 13-07-2017, n. 17352).

Il mutuo fondiario è regolato dalle norme del T.U. bancario approvato con decreto legislativo 01/09/1993 n. 385, dalle norme del codice civile relative al contratto di mutuo, e dalla disciplina contenuta nel capitolato in genere allegato al mutuo contratto.

In particolare, la normativa contenuta nel T.U. bancario, stabilisce che “Il credito fondiario ha per oggetto la concessione, da parte di banche, di finanziamenti a medio e lungo termine garantiti da ipoteca di primo grado su immobili” (art. 38, 1 co.).

L’art. 38 TUB, poi al II co., aggiunge un limite quantitativo di finanziabilità: “La Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR, determina l’ammontare massimo dei finanziamenti, individuandolo in rapporto al valore dei beni ipotecati o al costo delle opere da eseguire sugli stessi, nonché le ipotesi in cui la presenza di precedenti iscrizioni ipotecarie non impedisce la concessione dei finanziamenti”.

Rispetto al normale credito ipotecario quindi, risultano fissati dalla legge due limiti: a) la garanzia deve essere un’ipoteca immobiliare di primo grado, ovvero ad essa equiparabile; b) la banca deve rispettare un ammontare massimo di finanziamento.

La delibera del CICR

La regolamentazione precisa di questi limiti è demandata alla Banca d’Italia, che in conformità alla delibera del CICR del 22 aprile 1995, ha adottato il provvedimento del 26 giugno 1995 (in Gazzetta Ufficiale n. 155 del 5 luglio 1995) al fine di aggiornare la circolare n. 4 del 29 marzo 1988 (Istruzioni in materia di particolari operazioni di credito).

Il limite di finanziabilità viene ora così stabilito: “Le banche possono concedere finanziamenti di credito fondiario per un ammontare massimo dell’80 per cento del valore dei beni ipotecati o del costo delle opere da eseguire sugli stessi, ivi compreso il costo dell’area o dell’immobile da ristrutturare”.

La nullità del contratto di mutuo  per violazione dell’art. 38 del T.U. bancario e cioè per il superamento del limite di finanziabilità contemplato dalla norma citata si ha anche quando la Banca mutuante ha valutato il bene immobile, sul quale iscrivere ipoteca, in misura nettamente superiore al suo reale valore.

In tal caso succede che la Banca eroghi una somma a titolo di mutuo in misura superiore a quella consentita nel rispetto limite di finanziabilità stabilito dall’art. 38 del TU bancario.

La sopravalutazione del bene ipotecato può emergere in maniera palese da due fatti:

  • dal prezzo di acquisto dell’immobile, in quanto eccessivamente basso;
  • dalla relazione di stima del bene redatta dal CTU del Tribunale nominato dal giudice.

Laddove emerga tale sopravalutazione il mutuo potrà essere dichiarato nullo per superamento del limite di finaziabilità ex art. 38 T.U. Bancario.

Le conseguenze sono alquanto rilevanti.

Infatti, la nullità del mutuo rende invalide anche eventuali ipoteche accese sull’immobile.

Inoltre, la nullità del mutuo, rende ingiustificato il pagamento del prezzo del medesimo che si concreta nel versamento degli interessi.

Il mutuo quindi diventerà in sostanza gratuito.

Tutti gli interessi potranno essere imputati a capitale.

L’unico obbligo di restituzione che permane concerne la sorta capitale che il mutuatario ha ricevuto e che quindi  deve riconsegnare.

Se attraverso il calcolo dell’intera somma versata alla banca(capitale+ interessi) dovesse emergere che il capitale è stato già interamente restituito, il consumatore non dovrà pagare altro alla banca.

Avv. Filomena Iervolino

Divorzio estero: riconoscimento in Italia

Divorzio estero: riconoscimento in Italia

In particolare: lo Stato del New Jersey.

Il riconoscimento dei giudicati esteri extraeuropei, ha luogo in base a norme che dovrebbero contribuire a realizzare “l’uniformità” nella disciplina dei rapporti privati.

In Italia, fino al 1968, nessuna sentenza straniera poteva produrre effetti, senza prima essere sottoposta al particolare procedimento della delibazione.

Si tratta di un procedimento che «consiste nella verifica del provvedimento straniero, effettuata dalla Corte di Appello italiana, della presenza di alcune precise condizioni affinché il provvedimento possa produrre effetti in un ordinamento diverso da quello in cui è stato pronunciato».

Dal 1968 e fino al 1995, erano essenzialmente in vigore due strumenti atti a produrre il riconoscimento della decisione straniera:

  • il riconoscimento automatico, per le decisioni provenienti dagli Stati contraenti la Convenzione di Bruxelles del 1968, adottata in Italia l’1 febbraio 1973;
  • il procedimento di delibazione, previsto dal Codice di Procedura civile del 1942 (artt. 796 e ss.).

Nel 1995, la Legge n. 218 del 31 maggio, recante “la riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato”, ha esteso il riconoscimento automatico a tutte le sentenze emesse da organi giurisdizionali stranieri europei ed extraeuropei, in ambito civile e commerciale, quale che sia l’ordinamento di provenienza.

Quindi la citata legge ha abrogato gli artt. 796 e ss. del Codice di Procedura civile, introducendo con l’art. 64, il riconoscimento delle sentenze straniere “senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento di delibazione”.

Ciò avviene quando:

  1. «il giudice estero, che ha pronunciato la sentenza, poteva conoscere della causa secondo i principi sulla competenza giurisdizionale propri dell’ordinamento italiano»;
  2. “ l’atto introduttivo del giudizio è stato portato a conoscenza del convenuto in conformità a quanto previsto dalla legge del luogo dove si è svolto il processo e non sono stati violati i diritti essenziali della difesa»;
  3. «le parti si sono costituite in giudizio secondo la legge del luogo dove si è svolto il processo o la contumacia è stata dichiarata in conformità a tale legge»;
  4. « essa è passata in giudicato secondo la legge del luogo in cui è stata pronunziata»;
  5. « essa non è contraria ad altra sentenza pronunziata da un giudice italiano passata in giudicato»;
  6. « non pende un processo davanti a un giudice italiano per il medesimo oggetto e fra le stesse parti, che abbia avuto inizio prima del processo straniero»;
  7. «le disposizioni del provvedimento straniero, non producono effetti contrari all’ordine pubblico».

Gli artt. 65 e ss. della Legge n. 218 /1995, indicano gli ambiti di applicazione del riconoscimento automatico.

Tra questi vi sono i provvedimenti della volontaria giurisdizione, cioè quelli relativi alla capacità delle persone, ai rapporti di famiglia e ai diritti della personalità.

La legge n. 218/1995, si applica tutte le volte in cui tra l’Italia ed un altro Stato non esista un diverso accordo, cioè una Convenzione internazionale.

Pertanto, considerato che l’Italia non ha stipulato alcuna Convenzione internazionale con lo Stato del New Jersey, per il riconoscimento delle sentenze emesse da tale Stato, trova piena applicazione la legge n. 218/1995.

Tale legge esclude che per il riconoscimento di una sentenza emessa dallo Stato del New Jersey sia necessario il procedimento di delibazione. 

Cioè si esclude il sindacato della Corte D’Appello italiana, volto a verificare l’osservanza di tutti i principi sanciti dall’art. 64 della legge 218/1995.

Tuttavia, sebbene operi il riconoscimento automatico del provvedimento straniero, e quindi della sentenza di divorzio, occorre che tale sentenza venga trascritta presso i registri di Stato civile del Comune ove le parti hanno contratto il proprio matrimonio.

La trascrizione della sentenza di divorzio straniera, la sua pubblicazione nei Registri di Stato Civile mediante pubblicità dichiarativa, rappresenta un onere per i soggetti interessati.

La sua omissione non pregiudica la validità dell’atto in sé, ma ulteriori situazioni riferibili allo stato della persona.

La trascrizione, infatti, ha una mera funzione di pubblicità: essa presuppone la sussistenza di una situazione di diritto sostanziale, ovvero di una situazione giuridicamente rilevante, che viene inserita negli appositi registri.

Difatti, quando due persone si uniscono in matrimonio, in seguito alla registrazione presso lo Stato Civile dell’atto di matrimonio, la condizione civile dei coniugi cambia.

Il loro stato civile da celibe (per l’uomo) e nubile (per la donna) diventa coniugato/a.

Inoltre, anche con la pronuncia del divorzio lo stato civile degli ex-coniugi subisce delle modifiche. Entrambi non saranno più coniugati, bensì di stato libero.

Affinché il provvedimento straniero relativo allo scioglimento del vincolo matrimoniale(divorzio) sia trascritto presso lo Stato Civile italiano, è necessario, innanzitutto, che il matrimonio sia stato precedentemente trascritto nei Pubblici registri italiani.

Se i coniugi hanno contratto matrimonio in Italia, in seguito alla celebrazione, l’atto di matrimonio è stato trascritto automaticamente, nei Registri del Comune ove il matrimonio ha avuto luogo e in quelli di residenza degli sposi, se diversi.

La trascrizione nei Pubblici registri italiani delle sentenze straniere di divorzio è disciplinata oltre che dalla già citata legge del 1995 n. 218 anche dal D.P.R. 396/2000 .

Tale DPR tratta, in diversi articoli, la trascrizione degli atti provenienti da Autorità straniere.

In particolare, il D.P.R. 3 del novembre 2000 n. 396, all’art. 63, dispone che l’Ufficiale di Stato civile trascrive «le sentenze e gli atti con cui si pronuncia all’estero la nullità, lo scioglimento, la cessazione degli effetti civili di un matrimonio ovvero si rettifica, in qualsiasi modo, un atto di matrimonio già iscritto o trascritto negli archivi»

Per procedere alla trascrizione in Italia della sentenza di divorzio emessa in New Jersey occorre espletare alcune formalità necessarie.

In primo luogo, il cittadino italiano, regolarmente residente all’estero, deve presentarsi agli Uffici dello Stato Civile del competente Consolato o della competente Ambasciata italiana della circoscrizione in cui è stato emesso il provvedimento.

Pertanto, la legge prevede che la richiesta di trascrizione dell’atto emesso da Autorità giurisdizionale straniera, deve essere presentata alla Rappresentanza diplomatica competente per la circoscrizione, in cui è stata pronunciata la sentenza, anche se il cittadino straniero non dovesse essere più residente in quel luogo.

Data la natura pubblicistica della trascrizione della sentenza straniera, questa «può essere richiesta da chiunque vi abbia interesse oltre che dalla pubblica autorità».

Tale richiesta di trascrizione è trasmessa all’Ufficiale di Stato Civile in Italia.

A ciò provvede l’Autorità diplomatica o consolare italiana della circoscrizione in cui è stato emesso il provvedimento (scelta consigliata), oppure può essere direttamente presentata dall’interessato.

Nella pratica, la procedura di trascrizione della sentenza straniera di scioglimento del vincolo matrimoniale risulta facilitata quando il Comune competente per la trascrizione riceve la documentazione necessaria direttamente dall’Autorità consolare o diplomatica presente sul territorio estero in cui l’atto ha avuto origine.

Quindi, il Comune italiano, funzionalmente dipendente dal Ministero degli Interni, riceve la richiesta attraverso gli Uffici dell’Autorità consolare o diplomatica.

Innanzitutto, la Rappresentanza diplomatica italiana all’estero, di norma, verifica che il provvedimento straniero di scioglimento del vincolo matrimoniale contenga una formula indicante il passaggio in giudicato.

Per presentare la domanda in vista dell’ottenimento del riconoscimento e per la trascrizione del divorzio, è necessario fornire all’Ufficiale di Stato Civile in Italia i seguenti documenti:

  1. la sentenza di divorzio in lingua originale, “apostillata” in sostituzione di quella legalizzata. Il New Jersey ha sottoscritto unitamente all’Italia, all’Aia, il 5 ottobre 1961, la Convenzione riguardante l’abolizione della legalizzazione di atti pubblici stranieri, che solleva gli Stati dall’obbligo generale della legalizzazione. Tale Convenzione ha istituito il sistema dell’Apostille, ovvero si appone una «timbratura quadrata, scritta in lingua francese o nella lingua ufficiale dell’autorità», che è rilasciata «nel Paese aderente, attestante l’autenticità del documento e la qualità legale dell’autorità rilasciante».Quindi per gli Stati che hanno aderito a tale Convenzione, e tra questi il New Jersey, è richiesta l’Apostille e non la legalizzazione;
  2. la relativa traduzione certificata conforme all’originale, eseguita da un traduttore di riferimento dell’Autorità diplomatica o consolare, o legalizzata da un traduttore giurato.

Per entrambi gli adempimenti, il cittadino italiano residente all’estero deve rivolgersi all’Ufficio consolare.

Difatti, il Ministero dell’Interno ha abilitato, alla certificazione di conformità all’originale, anche «le rappresentanze diplomatiche o consolari del Paese ove il documento è stato formato».

La traduzione in italiano deve riguardare l’integralità dell’atto giudiziario.

E’ l’Ufficiale dello Stato civile che procede all’eventuale riassunto della sentenza ai fini della trascrizione.

Oltre alla traduzione in lingua italiana, gli atti provenienti da ordinamenti stranieri, devono essere legalizzati.

In realtà ciò che viene legalizzata è la firma del traduttore.

Tuttavia, come già detto anche per la sentenza in originale, in virtù della Convenzione dell’Aia del 1961 ratificata anche dagli Usa, la legalizzazione è stata sostituita dal sistema dell’Apostille.

Ogni singolo Stato è quindi libero di stabilire se l’Apostille sia necessaria ed, eventualmente, quali tipologie di atti possono esserne sprovviste. Le Autorità competenti all’apposizione dell’Apostille sono indicate da ogni singolo Stato.

Una volta raccolta tutta la documentazione necessaria, si presenta l’istanza di trascrizione di sentenza,all’Autorità diplomatica o consolare, che provvedere a trasmetterla al competente Comune italiano.

Il Comune italiano provvede alla trascrizione del provvedimento giurisdizionale, per dar luogo alla modifica dello status della persona, che da coniugato diventerà stato libero.

Tale trascrizione produce un aggiornamento dei dati relativi allo stato civile della persona.

Di conseguenza, il Comune competente per la trascrizione della sentenza di divorzio, è il Comune di registrazione dell’atto di matrimonio.

Tale Comune può anche non coincidere con l’attuale Comune di iscrizione AIRE.

Infine (terzo punto), affinché la sentenza di divorzio straniera, possa essere trascritta dall’Ufficiale di Stato Civile nei Pubblici registri italiani, deve rispondere ai requisiti prescritti dalla Legge n. 218/1995, art. 64.

In particolare, l’Ufficiale di Stato Civile, prima di procedere alla trascrizione nei Pubblici registri della sentenza di divorzio pronunciata all’estero, è tenuto a verificare che il provvedimento non sia contrario all’ordine pubblico e comporti l’irreversibile dissoluzione del vincolo matrimoniale.

In caso contrario, deve rifiutare l’adempimento. Se ciò avviene, il soggetto interessato, per ottenere la trascrizione, deve rivolgersi, allora, alla Corte d’Appello italiana del luogo dove la sentenza dovrebbe essere trascritta per richiederne l’accertamento dei requisiti (art. 67 della Legge 218/1995).

Il principio dell’“ordine pubblico” previsto dalla legislazione italiana rappresenta uno strumento di tutela dell’armonia interna dell’ordinamento.

In realtà, si tratta di un principio largamente diffuso, previsto, anche dalle Convenzioni di diritto internazionale privato e processuale e recepito, anche, in quasi tutti i sistemi nazionali, compreso quello italiano.

Inoltre, la sentenza di divorzio deve rispettare tutti i requisiti contemplati dall’art. 64 della legge 218/1995.

Ciò, onde consentirne il riconoscimento e la trascrizione ad opera dell’Ufficiale di Stato civile del Comune italiano.

Avv. Filomena Iervolino

 P.S.

Per lo Stato del New Jersey:

Secretary of State; Assistant Secretary of State nj.gov/treasury/revenue/apostilles.shtml.

 

Padre Pio docet “Sei il primo e l’ultimo avvocato”

Padre Pio docet: “Sei il primo e l’ultimo avvocato”

 

Molte volte mi sono chiesta perché gli avvocati hanno una fama non sempre benevola. Gli avvocati investono molto entusiasmo ed impegno nel loro lavoro, che li segue ovunque. Un avvocato non cessa mai di essere tale.

Tuttavia, questo sempre interrogarsi sul come, sul perché, sul fondamento giuridico delle cose, ci fa perdere di vista che, non ogni cosa può avere un fondamento giuridico e, che, forse, questa deformazione professionale, vada abbandonata, certe volte o almeno in certi luoghi. Da qui il Padre Pio docet.

Dedico a tutti gli avvocati questo brano tratto dal Libro “Padre Pio racconta e dice” scritto da Alessandro da Ripabottoni, che mi ha molto divertito.

***

“Ivone, più noto col nome di Ivo, è un santo conosciuto soprattutto in Francia e particolarmente in Bretagna.

Figlio di un modesto gentiluomo, nacque nel castello di Le Minihy presso Trèguier il 17 ottobre 1235 (o 1253).

A quattordici anni partì per Parigi e nei dieci anni di permanenza in questa città certamente studiò anche teologia e forse vi incontrò san Bonaventura; di certo scoprì il francescanesimo, dal quale resterà profondamente impressionato ed influenzato.

Nel 1277 frequentò ad Orleans la scuola del diritto, particolarmente fiorente in quella università.

Giovanissimo, fu nominato ufficiale vescovile, funzione di grandissimo prestigio; e svolse il suo ministero con molta efficienza ed unzione, lasciando un ottimo ricordo.

Dopo pochi anni fu ordinato sacerdote, pare con qualche influenza, forse sull’esempio di san Francesco, alla cui figura ed ai cui insegnamenti andava sempre più profondamente ispirando la sua vita.

Il suo ministero di giudice fu luminoso di carità, dedizione, zelo per la giustizia, attaccamento al dovere ed impegno di pacificazione.

A seguito, forse delle riforme introdotte dal secondo concilio di Lione (1274), che aveva proclamato la priorità dell’apostolato parrocchiale, Ivo accettò la cura di anime di una piccolissima parrocchia e per anni abbinò all’attività di magistrato quella di parroco.

Nel 1292 Ivo è parroco a tempo pieno, scelta che comportò l’abbandono della funzione di “ufficiale vescovile”.

Nella storia appare evidente il cammino faticoso della giustizia, la quale “claudo pede incedit” (zoppica). A l tempo di sant’Ivone “i nobili facevano giustizia da sè”;  i processi venivano sostituiti dai duelli, una forma di far giustizia:” ragione e torto venivano riposti sulla punta della spada e chi soccombeva perdeva ad un tempo la causa e la vita”.

I”ricchi”, invece, in quel tempo, “facevano la giustizia per sè” a proprio vantaggio.

I poveri, da parte loro, dovevano subirla. Sant’Ivone rovescia radicalmente tale posizione. Indossa la toga dell’avvocato per difendere i poveri dalle ingiustizie e dai soprusi dei ricchi :”inaugura una carità nuova, che aiuta a vincere l’ingiustizia nell’aula della giustizia e non più a sopportarla in vista del premio eterno”. Diventa l’avvocato difensore  dei poveri; un “inedito assoluto”: la figura dell’avvocato dei poveri come simbolo  della carità verso il prossimo.

La straordinaria novità di sant’Ivone è stata quella di aver dato voce nei tribunali alla domanda di giustizia, di chi non aveva mai avuto ascolto nei processi, proprio perché era da sempre senza voce.

Ma per essere Santi, non bastava non essere ladri, come maliziosamente giudica una terzina latina gli avvocati del tempo di Ivo:

Sanctus Yvo era Brito,

Advocatus et non latro,

Res miranda populo.

Sant’Ivo era Bretone,

avvocato non ladro,

cosa meravigliosa per tutti.

Quello che fa di sant’Ivo un Santo non è tanto la sua doverosa onestà quanto la sua luminosa carità.

Morì il 19 maggio 1303. La sua canonizzazione fu proclamata da Clemente VI  il 19 maggio 1347.

***

Necessaria e doverosa premessa per sbrogliare un caso così clamoroso, in cui sono implicati personaggi e luoghi di eccezione: il Paradiso, san Pietro e l’avvocato Ivo.

Il Paradiso è il Paradiso, san Pietro è san Pietro, ma questo avvocato di nome Ivo o Ivone, che intenta un processo al povero sa Pietro, accusato di usurpazione di diritti, chi è ? Giusta curiosità, che giustifica la premessa sul personaggio che difende i diritti conculcati da chi e dove dovrebbe regnare giustizia e concordia perfetta.

E qui entra in scena Padre Pio, ricamando da par suo sulla scaltrezza giuridica di Ivone e sullo stato angoscioso di san Pietro, in pericolo di perdere il posto di portinaio del Cielo.

Rivolgendosi al gruppetto di amici, Padre Pio pone loro una domanda:”Sapete perché sant’Ivone è l’unico avvocato che sia entrato in Paradiso? Ora ve lo dico io”.

Da quando san Pietro teneva le chiavi del Paradiso, non gli era mai successo di aprire la porta per far entrare un avvocato.

Dopo tanti e tanti secoli, una volta entrò in Paradiso un avvocato di nome Ivone, senza imbrogli e neppure per sbaglio; era un santo avvocato, ma però… sempre avvocato!

Sant’Ivone, dunque, stava da un pò di tempo in Paradiso e non aveva ancora pensato a sollevare nessuna questione di diritto o di fatto, quando un giorno, osservando il gran lavoro di san Pietro in porteria, cominciò a domandarsi con quale diritto san Pietro esercitasse il privilegio delle Sante Chiavi: il primo apostolo non è… vergine neppure… non è dottore … non è giurista… non è neppure il più simpatico degli Apostoli … Eppoi, eppoi ha tradito il Maestro…

Sant’Ivone comincia a sussurrare queste sue considerazioni fra la corte celeste. Si formano dei crocicchi, si discute, si trova che le eccezioni di sant’Ivone sono molto chiare e ragionevoli: “Io capirei san Giovanni a quel posto…vergine e prediletto…ma questo privilegio di san Pietro non ha alcuna base giuridica…”.

Da allora san Pietro cominciò a notare degli sguardi malevoli, della gente che scantonava e lo sfuggiva…Oh, caspita, che sarà mai?

Finalmente qualcuno gli parla chiaro…

San Pietro s’impressiona e si mette scrupolo.

Breve: la cosa viene alle orecchie dell’Eterno Padre il quale fa chiamare l’avvocato…e la sua vittima.

Sant’Ivone, invitato a parlare, incomincia la sua arringa. Enumera i meriti… che mancano a san Pietro, ne tratta vigorosamente i difetti…dimostra come egli giuridicamente non abbia diritto alle Sacre Chiavi…,e, per contrasto, rileva la purezza angelica, la devozione fino al Golgota dell’apostolo Giobanni, l’apostolo dell’amore…

Un mormorio favorevole si sente nella corte celeste.

L’eterno Padre, con visibili cenni del capo, mostra di approvare.

San Pietro si lascia cadere le Chiavi di mano.

“Ivone, hai finito?”- domanda l’Eterno Padre.

“O Altissimo, mi pare di aver dimostrato…”

“Sì, mi caro Ivone, hai dimostrato… e tutto quello che hai detto sembra giusto ed appropriato…però: quello che mio Figlio ha fatto, ha fatto ed è ben fatto”.

E calcandosi in capo lo zucchetto chiuse la seduta.

San Pietro gongolante e riverito dai Celesti si ripiglia le Chiavi; si avvicina ad Ivone che sta per battersela e gli dice: “Senti, tu sei entrato e prosit. Ma ti assicuro io che sei il primo e l’ultimo avvocato che ha messo piede in Paradiso”.

 ***

Padre Pio docet

A Napoli, dedicata al protettore degli avvocatiSant’Ivone Hélory, si trova in Via Santissimi Apostoli, la chiesa Sant’Ivone degli Avvocati . Come il Santo di cui porta il nome , la chiesa si occupava di opere di carità, principalmente di beneficenza e lo testimoniano dei decreti borbonici risalenti al 9 settembre 1800 e al 1 settembre 1802.

 

 

Trasferimento immobili in separazione e divorzio

Trasferimento immobili in separazione e divorzio

 

Per lungo tempo la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha distinto tra contenuto necessario e contenuto eventuale della separazione e del divorzio.

Nel primo, dovendo ricomprendersi:

  • il consenso reciproco a vivere separati,
  • l’affidamento dei figli,
  • l’assegnazione della casa familiare in funzione del preminente interesse della prole
  • la previsione di assegno di mantenimento a carico di uno dei coniugi in favore dell’altro, ove ne ricorrano i presupposti.

Nel secondo andrebbero invece ricompresi:

  • i patti che trovino solo occasione nella separazione, costituiti da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata.

Detta distinzione è stata rivisitata dalla Corte Suprema.

A partire dalla decisione della Cass. n. 15231/2001( confermata da altre successive decisioni), la Corte di Cassazione ha riconosciuto l’applicabilità dell’esenzione di cui all’art. 19 della L. n. 74/1987.

Tale esenzione opererebbe per ” tutti gli atti e convenzioni che i coniugi pongono in essere nell’intento di regolare, sotto il controllo del giudice, i loro rapporti patrimoniali conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla separazione personale.

E tra tali atti vi rientrerebbero anche “gli accordi che contengono il riconoscimento o il trasferimento della proprietà esclusiva di beni mobili ed immobili all’uno o all’altro coniuge“, (cfr., tra le altre, Cass. 22 maggio 2002, n. 7493; Cass. 28 ottobre 2003, n. 16171) o anche in favore dei figli “(più di recente cfr. Cass. 17 gennaio 2014, n. 860).

Tali orientamenti della Corte di Cassazione sono stati, non solo ribaditi, ma rafforzati da due recenti sentenze della Corte di Cassazione (Cass. 2111/2016; Cass. 3111/2016).

Tali ultime pronunce hanno posto in evidenza come, nel mutato quadro normativo, gli atti che contemplano trasferimenti immobiliari tra coniugi, nell’ambito della separazione ed il divorzio, sono funzionali alla risoluzione della crisi familiare e alla composizione bonaria della vicenda coniugale, pertanto debbono considerarsi meritevoli di tutela.

E’ pacificamente ritenuto  in giurisprudenza che in sede di separazione, così’ come di divorzio, le parti possano raggiungere validamente accordi di natura patrimoniale, giungendo anche ad effettuare trasferimenti immobiliari, dovendosi a tali accordi, rientranti nella categoria dei contratti atipici, riconoscersi meritevolezza di tutela ( art. 1322 cc), poiché finalizzati a dare compiutezza al regolamento dei rapporti patrimoniali di persone, già legate da vincoli di comunione di vita, anche dopo la dissoluzione di questa e assicurare alle stesse maggiore serenità di rapporti personali” (cfr Cass. n.12110/1992- Cass.n. 9034/1997 e Cass. n.4306/1997).

Inoltre le pronunzie citate (Cass. 2111/2016; Cass. 3111/2016) sottolineano come tale interpretazione si collochi nel solco tracciato dalla declaratoria d’illegittimità costituzionale dell’art. 19 della L. n. 74/1987, operata dalla Corte Costituzionale (sentenza del 10 maggio 1999, n. 154).

La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 19 citato

  • “nella parte in cui non estende l’esenzione in esso prevista a tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di separazione personale dei coniugi”.

Alla luce delle recenti pronunzie della Corte di Cassazione si deve quindi segnalare la volontà di attribuire rilevanza a tutti gli atti posti in essere nel corso della separazione e del divorzio.

Ciò induce a ritenere che la distinzione tra contenuto necessario e contenuto eventuale degli accordi di separazione e di divorzio debba considerarsi  superata.

Pertanto, si ritiene che, ogni atto anche avente contenuto patrimoniale e dispositivo, debba essere considerato contenuto essenziale della separazione o del divorzio, se funzionale alla risoluzione della crisi coniugale.

Infatti, non va dimenticato che, a volte, quello che veniva tradizionalmente indicato come contenuto “necessario” della separazione, si trovava inscindibilmente collegato con la parte ritenuta “eventuale” dell’accordo di separazione o di divorzio.

Non è raro infatti che i coniugi di una famiglia monoreddito, in sede di separazione o di divorzio, decidano di contribuire al mantenimento del coniuge più debole, attraverso l’attribuzione al medesimo di beni immobili.

In tal modo si impedisce che la insussistenza di reddito del coniuge più debole, esautori l’unica fonte di sostentamento della famiglia, in danno della prole e della stessa sopravvivenza del coniuge più debole.

Tutte le esigenze della famiglia vengono contemperate nel quadro di una visione solidaristica che non lascia indietro nessuno.

Ebbene alla luce di quanto detto, i coniugi in sede di separazione e divorzio dovrebbero poter disporre dei propri beni immobili, e procedere alla divisione dei medesimi.

Tuttavia per orientamento espresso di una parte dei giudici di merito (ma non di tutti) , tale volontà di divisione può essere formulata solo con un atto che produce effetti obbligatori. 

In pratica, i coniugi che voglio accordarsi in sede di separazione e divorzio, anche in ordine alla divisione del proprio patrimonio comune, possono solo obbligarsi al trasferimento degli immobili oggetto di divisione.

Il trasferimento effettivo dei  diritti reali sui beni oggetto di divisone potrà avvenire solo previo ricorso al notaio, che procederà alla redazione del rogito e ne curerà la sua trascrizione presso la conservatoria dei registri immobiliari.

La Corte d’Appello di Napoli ha avallato tale prassi ormai dominante in alcuni Tribunali (tra questi quello di Benevento), onerando quindi i coniugi ad effettuare il trasferimento effettivo dei beni innanzi al notaio, sostenendo la spesa economica per il pagamento delle competenze del medesimo.

Resta a vantaggio dei coniugi o ex coniugi solo l’esenzione fiscale del pagamento delle imposte per il trasferimento dei beni immobili ai sensi dell’art. 19 della L. n. 74/1987, esenzione concessa perchè il trasferimento dei beni avviene in esecuzione di un accordo di separazione o divorzio.

Il Tribunale di Benevento ha negato l’omologa di un accordo di separazione perchè le parti avevano previsto come modalità di risoluzione della crisi coniugale la divisione del patrimonio coniugale attraverso il trasferimento immediato di beni immobili.

La Corte d’Appello di Napoli, a cui i coniugi erano ricorsi proponendo reclamo avverso la decisione del Tribunale di Benevento, aveva invitato le parti a modificare l’accordo di separazione nel senso di sostituire alla volontà di trasferire immediatamente i beni immobili quella di obbligarsi a farlo in sede notarile.

La Corte d’Appello di Napoli ha motivato tale suo invito  sostenendo che “il magistrato non può fare il notaio“.

Sul punto però si pone in netto contrasto la Corte d’Appello di Milano che con una decisione del 2010 ha detto esattamente l’opposto.

Riassumo brevemente il caso.

Due coniugi si erano recati innanzi al Tribunale di Milano per ottenere l’omologa dell’accordo di separazione consensuale.

Di tale accordo non veniva omologata la parte in cui i coniugi prevedevano il trasferimento immediato di immobili tra loro.

Il Tribunale di Milano omologava l’accordo di separazione consensuale escludendo l’omologa relativamente a quella parte di accordo che prevedeva l’immediato trasferimento dei beni immobili tra le parti.

I coniugi avverso la decisione del Tribunale di Milano proponevano reclamo innanzi alla Corte D’appello di Milano che si pronunciava in loro favore omologando l’accordo anche relativamente alla parte che contemplava l’immediato trasferimento degli immobili tra le parti .

Sul territorio nazionale si assiste a diversità di orientamenti sul punto.

Alcuni Tribunali onde consentire che i coniugi o gli ex coniugi possano liberamente disporre dei propri beni nell’ambito della separazione o del divorzio.

Per consentire ciò hanno predisposto una modulistica con un  elenco della documentazione da produrre che consenta la puntuale individuazione degli immobili da trasferire.

Altri Tribunali (tra questi quello di Benevento) consigliano alle parti di obbligarsi a trasferire i beni immobili.

In caso contrario l’accordo, contenente l’immediato trasferimento dei beni immobili, rischia di non essere omologato.

Come è facile comprendere orientarsi in questo diversità  di orientamenti dei giudici di merito risulta molto complicato per un cittadino.

Oggi  per una famiglia che si divide, affrontare anche le spese di un atto notarile per la divisione del patrimonio familiare, diventa proibitivo.

Il quesito che si pone l’avvocato è invece un altro.

La Suprema Corte, ha affermato infatti con chiarezza la natura di atto pubblico del verbale di separazione consensuale.

Infatti il relativo verbale è redatto dal cancelliere con compimento di attività certificativa quale pubblico ufficiale.

Pertanto tale verbale, laddove contenga trasferimenti immobiliari, è direttamente trascrivibile, dopo l’omologa che lo rende efficace (cfr Cass. n. 4306/97 e Cass. n. 9389/2007).

Quindi ci si chiede in cosa si concreta il potere di omologa del Tribunale relativamente ad un accordo di separazione consensuale ?

Quali limiti incontra ?

Può il Tribunale sindacare l’accordo delle parti quando questo non si traduce in violazione di norme imperative, dell’ordine pubblico o del buon costume?

E in quali di queste ipotesi deve inquadrarsi il trasferimento immediato di beni immobili?

 

 Avv. Filomena Iervolino

Piero Calamandrei docet: Giustizia lumaca

Piero Calamandrei docet: Giustizia lumaca

 

“Accade spesso al bibliofilo, che si diverte a sfogliare religiosamente le pagine ingiallite di qualche prezioso incunabolo, di trovarsi tra pagina e pagina, appiccicata e quasi assorbita dalla carta, la spoglia diventata trasparente di una farfallina incauta, che qualche secolo fa, in cerca di sole, si posò viva su quel libro aperto, e quando il lettore all’improvviso lo rinchiuse, vi restò schiacciata e disseccata per sempre.

Questa immagine mi viene in mente quando sfoglio gli incartamenti di qualche vecchio processo, civile o penale, che dura da decine d’anni. I giudici, che tengono con indifferenza quegli incartamenti in attesa sul loro tavolino, sembra che non si ricordino che tra le pagine si trovano, schiacciati e inariditi, i resti di tanti poveri insettucci umani, rimasti presi dentro il pesante libro della giustizia” (tratto dal libro “Elogio dei giudici- scritto da un avvocato” di Piero Calamandrei”).

Piero Calamandrei è nato nel 1889 a Firenze ed è morto nel 1956.

E’ un commento alla irragionevole durata del processo?

Solo con la Legge Pinto del 2001 il legislatore italiano se n’è occupato.

Quindi tutto cambia per non cambiare.

Avv. Filomena Iervolino

La legge sull’affido condiviso

La legge sull’affido condiviso.

La sua corretta applicazione

 

Per lungo tempo la legge sull’affido condiviso, ha trovato un’ applicazione, solo formale, nei Tribunali.

Pertanto, le aspettative della riduzione della conflittualità tra gli ex coniugi, delle discussioni sul-      l’ assegno di mantenimento, sono state ampiamente deluse.

In realtà, il mancato successo della legge nelle aule dei Tribunali, è in gran parte da attribuire alla mancanza di effettiva conoscenza da parte dei genitori dei loro diritti, e soprattutto, dei loro doveri.

Il ruolo dell’avvocato.

 

Quindi, una grande responsabilità deve essere riconosciuta agli avvocati, che costituiscono il primo contatto del genitore separando con un esperto in diritto di famiglia.

Ebbene, è compito specifico del legale, che viene contattato, quello di informare adeguatamente il cliente (padre o madre che sia).

Il cliente dovrebbe concentrare l’attenzione più sul tempo da dedicare ai figli, che, su chi dovrebbe pagare per il sostentamento della prole.

Il ruolo della magistratura.

 

La formula del mantenimento diretto, da parte di ciascun genitore,potrebbe essere la soluzione di molti rapporti conflittuali tra ex gli coniugi.

Ciascun coniuge potrebbe riprogettare la propria vita in funzione del tempo da dedicare ai figli, in compenso godendo del privilegio di essere presente nel percorso di crescita del figlio.

Il vantaggio?

Evitare disquisizioni con l’ex coniuge in ordine all’ entità dell’assegno di mantenimento, con la possibilità di provvedere direttamente alla prole.

I padri, dovrebbero chiedere un affido condiviso effettivo, basato su una concreta ed concreta distribuzione equitativa del tempo, da trascorrere con i propri figli.

Le madri, ponendo da parte il desiderio di potere sui figli, o la voglia di rivalsa, dovrebbero consentire il rapporto dei figli con il padre.

Se si operasse in tal modo, tutti trarrebbero giovamento, una volta stabilito un nuovo equilibrio, ma soprattutto i figli avrebbero di nuovo due genitori a tempo pieno.

Quando questo modo di pensare costituirà la regola e non l’eccezione, forse non saremo più costretti a salutare come una novità sentenze, come quella del Tribunale di Ravenna.

Tale Tribunale ha consentito ai coniugi la formula del mantenimento diretto della prole, fondato sull’ alternanza dei genitori nella gestione dei figli.

Nel collocamento alternato del minore, i genitori provvedono personalmente al mantenimento del figlio, nei periodi di rispettiva permanenza.

Quindi, è fondamentale affinchè il mantenimento diretto possa diventare la regola, proporre alla magistratura domande, delle parti, in tal senso.

In applicazione del principio dispositivo, la magistratura si uniformerà alle richieste delle parti.

In realtà, l’insuccesso di tale formula trova la sua giustificazione proprio nell’assenza di specifiche domande delle parti.

Mutamento di cultura e di costumi

 

Il mantenimento diretto della prole dovrebbe essere richiesto dalle parti in Tribunale.

E’ necessario che vi sia un cambiamento di cultura, a fronte di un evidente cambiamento di costumi.

La donna è sempre più una donna che lavora e sempre meno casalinga.

Se vi fosse un cambiamento culturale, provvedimenti come quelli del   “Tribunale di Ravenna, Ordinanza 21/01/2015” non costituirebbero più una novità.

Avv. Filomena Iervolino

Il futuro, non è lontano, è già qui.

Il futuro, non è lontano, è già qui.

E’ vero il futuro è già qui.

Il ricorso ad energie alternative è già una realtà.

Si possono già vedere i segni del nuovo mondo in tanti segnali.

Esiste la formula uno in versione elettrica.

Auto elettriche in circuiti di formula uno (la c.d. Formula E) in grado di percorsi ad alta velocità.

Esiste la casa che si sostiene con l’uso delle sole energie alternative, progettata e realizzata dall’Università del Sannio.

Esiste l’auto che va ad energia elettrica e solare, progettata dall’Università di Salerno.

Il Sud gode di molteplici risorse, debbono essere incanalate e messe in comunicazione tra loro.

Occorre che vi sia un grande programma di coordinamento affinché coloro che hanno lavorato a progetti diversi, guardando le cose da angolature diverse, dialoghino tra loro.

Occorre che il mondo dell’istruzione secondaria e universitaria dialoghino con il territorio ed il tessuto imprenditoriale, che il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico dialoghi con il Ministro dell’Istruzione, per portare avanti progetti sinergici per la creazione di un sistema coordinato.

Ogni idea innovativa, deve poter essere tradotta in realtà, ed essere messa a disposizione di quelle imprese che sono pronte ad investire.

Tutti devono lavorare per il bene comune senza farsi imbrigliare in valutazioni e calcoli egoistici.

Solo così è possibile che il Sud recuperi orgoglio dignità e possa, fondandosi sui propri talenti, costituire addirittura un esempio di sviluppo per l’intera nazione.

Mera Utopia?

Probabile.

Ma non si tratta di cose impossibili da realizzare occorrerebbe solo una volontà in tal senso.

Recuperare l’orgoglio del Sud, come risorsa di cui godere per mettere a frutto le potenzialità inespresse, è possibile.

Persone e professionisti che dialogano, che si confrontano è il primo passo per passare all’azione.

Liberiamoci di calcoli ,e di valutazioni sulla convenienza economica delle nostre azioni, facciamo e potremo creare un futuro migliore per noi e per i nostri figli.

Avv. Filomena Iervolino

Verifica il tuo mutuo: Potrebbe essere nullo.

Verifica il Tuo Mutuo: Potrebbe essere nullo

Molteplici sono le cause che possono determinare la nullità di un mutuo fondiario o avere delle conseguenze per il mutuatario che lo ha contratto, che gli consentano di difendersi efficacemente nei confronti della Banca.

E’ pertanto molto importante che il cittadino verifichi la validità del mutuo contratto anche a distanza di molto tempo dalla sua stipula. L’azione di nullità è infatti un’azione imprescrittibile.

Casi di nullità del mutuo fondiario cioè del mutuo stipulato per l’acquisto dell prima casa sono state contemplate dal TU. Bancario che è stato interpretato di volta in volta dalla Giurisprudenza in senso sempre più favorevole per il cittadino.

Vi illustro pertanto in estrema sintesi alcuni casi interessanti di nullità del mutuo .

  • Nullità del mutuo fondiario per violazione del limite di finanziabilità (Cass. civ. Sez. I, Sent., (ud. 09-05-2017) 13-07-2017, n. 17352).

Il mutuo fondiario è regolato dalle norme del T.U. bancario approvato con decreto legislativo 01/09/1993 n. 385, nonché dalle norme del codice civile relative al contratto di mutuo, e dalla disciplina contenuta nel capitolato che di solito viene allegato al mutuo.

In particolare, la normativa contenuta nel T.U. bancario, stabilisce che “Il credito fondiario ha per oggetto la concessione, da parte di banche, di finanziamenti a medio e lungo termine garantiti da ipoteca di primo grado su immobili” (art. 38, 1 co.). L’art. 38 TUB, poi al II co., aggiunge un limite quantitativo di finanziabilità: “La Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR, determina l’ammontare massimo dei finanziamenti, individuandolo in rapporto al valore dei beni ipotecati o al costo delle opere da eseguire sugli stessi, nonché le ipotesi in cui la presenza di precedenti iscrizioni ipotecarie non impedisce la concessione dei finanziamenti”. Rispetto al normale credito ipotecario quindi, risultano fissati dalla legge due limiti: a) la garanzia deve essere un’ipoteca immobiliare di primo grado, ovvero ad essa equiparabile; b) la banca deve rispettare un ammontare massimo di finanziamento. La regolamentazione precisa di questi limiti è demandata alla Banca d’Italia, che in conformità alla delibera del CICR del 22 aprile 1995, ha adottato il provvedimento del 26 giugno 1995 (in Gazzetta Ufficiale n. 155 del 5 luglio 1995) al fine di aggiornare la circolare n. 4 del 29 marzo 1988 (Istruzioni in materia di particolari operazioni di credito).

Il limite di finanziabilità viene ora così stabilito: “Le banche possono concedere finanziamenti di credito fondiario per un ammontare massimo dell’80 per cento del valore dei beni ipotecati o del costo delle opere da eseguire sugli stessi, ivi compreso il costo dell’area o dell’immobile da ristrutturare”.

Ciò premesso, si può avere la nullità del contratto di mutuo per violazione dell’art. 38 del T.U. bancario e cioè per il superamento del limite di finanziabilità contemplato dalla norma citata. Secondo la citata norma la Banca non può mutuare una somma superiore all’80% per cento del valore del bene oggetto di ipoteca.

Quando esiste una proporzione tra la somma erogata dalla Banca ed il valore del bene che il cittadino intende acquistare con tale finanziamento, la Banca non può erogare una somma superiore all’80% . Infatti -l’art. 38 TUB, fissa il limite di finanziabilità del mutuo fondiario, come di recente ribadito dalla sentenza della Cassazione del 13 luglio 2017 n. 17352 : “In verità la norma (art. 38 t,u.) non è volta a tutelare la stabilità patrimoniale della singola banca, ma persegue interessi economici nazionali(pubblici)”.Inoltre -l’art. 38 TUB contiene una regola di validità del contratto e non soltanto una regola di comportamento destinata alla banca, come invece contemplato per altri profili dall’art. 117 TUB. Pertanto deve ritenersi che mutuo fondiario, stipulato in violazione dell’art. 38 TUB, è nullo, come affermato dalla Corte di Cassazione in una recentissima sentenza (Cass. Civ. n.17352 del 13/07/2017) deve essere considerato nullo.

La Suprema Corte ha infatti ribadito che : “Pare quindi “ovvio che la nullità ha come conseguenza l’incapacità del contratto di produrre il proprio effetto, compresa la costituzione di “un’ipoteca valida”, in quanto l’alterazione della par condicio creditorum presuppone il rispetto del limite quantitativo in discorso. Diversamente opinando, “significa consentire infine alla banca di disporre – essa – della fattispecie del credito fondiario, mantenendone i benefici correlati pur nel mancato rispetto dei limiti di legge, con conseguente pregiudizio delle pretese dei creditori concorrenti. Conclusione che sarebbe insostenibile non solo sul piano funzionale, ma anche da un punto di vista tecnico in quanto distonica con quanto affermato dalle Sezioni Unite nelle ripetute sentenze n.267424/07 e 26725/07”.

Alla luce di tutto quanto sopra esposto emerge indiscutibilmente la nullità di un mutuo che non rispetti il limite di finanziabilità stabilito dall’art. 38 del T.U. bancario.

  • Invalidità delle clausole che contemplano tassi usurari del mutuo e conseguente applicazione dell’art. 1815 II comma c.c. che dispone la gratuità del mutuo;

Altra causa di nullità del contratto di mutuo  si ha per la previsione, al momento della stipula, di interessi oltre il tasso soglia, cioè di interessi che ai sensi della legge n. 108 del 1996, sono considerati usurari.

La giurisprudenza della Cassazione ha nel tempo chiarito e determinato come si debba procedere a determinare, calcolare, il tasso di interessi convenuto in un contratto di mutuo al fine di accertare se vi sia stata la previsione o meno di interessi usurari. Infatti, si ricorda in proposito la sentenza n. 350 del 2013 della Cassazione, la quale ha stabilito che per verificare se i tassi effettivamente superano la soglia di usura, vanno considerate tutte le spese addebitate dall’istituto finanziario (interessi veri e propri, spese, penali) che vanno a comporre il TEG (tasso effettivo globale) e quest’ultimo risultato va poi comparato al tasso soglia.

Dunque per verificare se il tasso pattuito supera o meno il tasso soglia, è necessario tener conto del tasso convenuto nel contratto di mutuo, e dei costi previsti in contratto ovvero:

  • spese di istruttoria pratica;
  • commissioni d’incasso;
  • assicurazioni obbligatorie;
  • interessi di preammortamento;
  • interessi di mora;
  • nonché, penali di anticipata estinzione;

Ottenuto, quindi, il tasso reale applicato al contratto di mutuo, questo deve essere poi comparato al tasso soglia dichiarato con decreto ministeriale ad ogni trimestre, considerando l’epoca della stipulazione del contratto di mutuo.

Se detto tasso risulta essere superiore al tasso soglia, il contratto di mutuo per legge si trasforma in un contratto a titolo gratuito e non più oneroso.

Tale conseguenza è sancita dall’art. 1 del decreto legge 29 dicembre 2000 n. 394 che ha fornito l’interpretazione autentica della legge 7 marzo 1996 n. 108 recante disposizioni in materia di usura.

In sostanza, parte mutuataria deve restituire solo il capitale e non deve più versare alcun interesse.

Gli interessi usurari non sono dovuti e pertanto il Legislatore, ha inteso valutare la clausola, all’interno della quale vengono pattuiti interessi usurari, come contraria alle norme imperative e all’ordine pubblico, attribuendole il vizio della nullità. La giurisprudenza, dal canto suo, ha applicato con fermezza il comma 2 dell’art. 1815 c.c.

Pertanto, e conseguentemente, le somme ad oggi già versate dalla parte mutuataria, data la gratuità del mutuo,per le ragioni sopra illustrate, debbono essere imputate al solo capitale.

Resta pertanto necessario determinare in maniera puntuale l’entità delle somme già versate in favore della Banca.

Avv. Filomena Iervolino

 

 

 

 

 

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