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Divisione e scioglimento comunione ordinaria

Divisione e scioglimento della comunione ordinaria

 

Definizione e Disciplina codicistica

La divisione è l’atto di ripartizione del bene comune tra i compartecipi, che cambia le quote della comunione in parti concrete di proprietà esclusiva e comporta lo scioglimento della comunione.

I Giudici di Piazza Cavour, attribuiscono a tale diritto natura potestativa [1].

Ed infatti, l’art. 1111 c.c. sancisce che “ciascuno dei parteciparti può sempre domandare lo scioglimento della comunione; l’autorità giudiziaria può stabilire una congrua dilazione, in ogni caso non superiore a cinque anni, se l’immediato scioglimento può pregiudicare gli interessi degli altri.

Il patto di rimanere in comunione per un tempo non maggiore di dieci anni è valido e ha effetto anche per gli aventi causa dei partecipanti. Se è stato stipulato per un termine maggiore, questo si riduce a dieci anni.

Se gravi circostanze lo richiedono, l’autorità giudiziaria può ordinare lo scioglimento della comunione prima del tempo convenuto”.

E’ chiaro, quindi, che ciascun partecipante alla comunione, può mediante una manifestazione di volontà, chiedere lo scioglimento della comunione stessa.

Tale diritto può subire una limitazione se l’immediato scioglimento può pregiudicare l’interesse degli altri comunisti.

In questo caso, l’art. 1111 c.c. statuisce che l’autorità giudiziaria può stabilire una dilazione per un tempo non superiore ai 5 anni.

Parimenti, il giudice può disporre l’immediato scioglimento della comunione qualora i comunisti abbiano pattuito di rimanere in comunione per un tempo non superiore i 10 anni.

Poiché è principio generale che ciascuno dei partecipanti può sempre domandare lo scioglimento della comunione, le norme concernenti ipotesi di indivisibilità assumono- rispetto alla normale divisibilità- carattere di eccezioni limitative e la sussistenza delle condizioni da esse previste deve essere accertata rigorosamente, dovendosi assicurare, finchè possibile, la salvaguardia  del diritto del singolo compartecipe ad ottenere lo scioglimento della comunione e  l’assegnazione in natura della sua parte di spettanza.[2]

Ulteriore limite al diritto di chiedere lo scioglimento della comunione è dato dalla natura del bene.

Ed infatti, l’art. 1112 c.c. statuisce che lo scioglimento della comunione non può essere richiesto quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all’uso cui sono destinate.

Per la Suprema Corte [3]  la non comoda divisibilità di un immobile, integrando un’eccezione al diritto potestativo di ciascun partecipante alla comunione di conseguire i beni in natura, può ritenersi giustificata solo quando  risulti rigorosamente accertata la ricorrenza dei suoi presupposti, costituiti dalla:

  • irrealizzabilità del frazionamento dell’immobile,
  • o dalla sua realizzabilità a pena di notevole deprezzamento,
  • o dalla impossibilità di formare in concreto porzioni suscettibili di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitù, pesi o limitazioni eccessive.

Allorché oggetto della comunione sia un bene non suscettibile di frazionamento, lo scioglimento della comunione non può che avere luogo che mediante l’alienazione del bene e la ripartizione del corrispettivo tra i titolari del bene comune.

E se il bene viene ceduto per intero ad uno stesso acquirente, che ne diventa titolare nella sua interezza, la distinzione fra singole quote ed alienazione del diritto comune nel suo complesso indiviso, diviene irrilevante.

Ai fini di stabilire se le parti abbiano voluto o meno lo scioglimento della comunione non risulta rilevante che gli alienanti abbiano voluto costituire una nuova comunione sul corrispettivo della comunione[4].

In questo caso, il legislatore intende garantire la conservazione della funzionalità economica del bene, oggetto di comunione, che verrebbe meno a seguito della divisione stessa.

Tuttavia, per la Suprema Corte di Cassazione, la disposizione di cui all’art. 1112 c.c., trova applicazione solo nell’ipotesi di divisione giudiziale, in quanto, nello scioglimento convenzionale, il potere di disporre lo scioglimento implica anche il potere di mutare l’uso del bene[5].

Modalità di scioglimento della comunione ordinaria

Come avviene la divisione?

Prima di procedere all’analisi delle modalità di attuazione previste dal legislatore, occorre rilevare che lo stesso rimanda all’art. 516 c.c. alle norme sulla divisione dell’eredità, in quanto non siano in contrasto con esse.

La divisione ai sensi dell’art. 1114 c.c. ha luogo in natura, se la cosa può essere comodamente divisa in quote corrispondenti alle quote dei partecipanti.

Orbene, il fine primario della divisione è la conversione del diritto di ciascun condividente alla quota ideale, in diritto di proprietà esclusiva di beni individuali.

Sicché quando in presenza di un immobile indivisibile, o non comodamente divisibile, vi è una pluralità di richieste di assegnazione, è possibile l’assegnazione anche ai titolari di quota minore, laddove ciò corrisponda all’interesse comune delle parti.

Il requisito della comoda divisibilità di un bene deve essere rilevato tenendo conto della possibilità di procedere alla divisione senza spese rilevanti o imposizioni o limitazioni, pesi o vincoli a carico delle singole quote e in maniera che il frazionamento dell’immobile, considerato sotto l’aspetto economico e funzionale, non produca un notevole deprezzamento dello stesso, in relazione alla normale utilizzazione del bene indiviso.[6]

Il concetto di comoda divisibilità è stato oggetto di un’estesa elaborazione dottrinale e giurisprudenziale, e postula, non solo che il frazionamento del bene sia attuabile mediante determinazione di quote concrete, suscettibili di autonomo e libero godimento, ma che lo stesso sia attuabile senza dover affrontare problemi tecnici eccessivamente gravosi[7].

La domanda di scioglimento della comunione contiene in sé, quale presupposto indeclinabile, la richiesta di accertamento, in caso di contestazione, della comunione stessa[8].

Esaminato quindi la natura del diritto e le limitazioni allo stesso, è doveroso soffermarsi sulle modalità di attuazione dello scioglimento della comunione, nonché sulla possibilità di intervento di terzi.

Quanto al primo aspetto, se tutti i comunisti sono d’accordo, si procede alla divisione contrattuale, che si perfeziona una volta raggiunta l’unanimità dei consensi sull’insieme delle varie operazioni necessarie.

 Divisione contrattuale

La divisione volontaria si attua mediante un contratto che ha le seguenti caratteristiche:

  • A prestazioni corrispettive– e il sinallagma, più che rinunzia reciproca a qualsiasi diritto sui beni assegnati agli altri, si ritrova nell’interdipendenza fra le posizioni attribuite e non è un negozio di accertamento perché esso non presuppone l’incertezza;
  • Plurilaterale nel senso che devono partecipare più persone, ma non è un contratto plurilaterale a tutti gli effetti, perché è necessaria la partecipazione di tutti i contitolari del diritto;
  • Solitamente oneroso (a volte può avere anche i requisiti di un negozio misto e in tal caso ricorre la figura della donazione indiretta);
  • Ad effetti immediati
  • Commutativa

I requisiti del contratto di divisione sono quelli tipici di ogni altro contratto (art. 1325 c.c.)

  1. L’accordo- Per i Giudici di Piazza Cavour, un progetto di divisione di comunione, redatto da un terzo, cui sia stato affidato tale compito, ove si presenti di contenuto tale da integrare gli elementi della proposta e dell’accettazione della divisione, e venga sottoscritto per adesione da tutti i condividenti, è idoneo a determinare l’incontro della volontà dei medesimi e quindi la conclusione del contratto di divisione.[9]
  2. La causa e cioè lo scioglimento della comunione
  3. L’oggetto riguardo all’oggetto, secondo la Suprema Corte, la divisione può avere soltanto il diritto di proprietà o altri diritti reali, i soli suscettibili di comunione indivisa ex art. 1100 c.c. e non anche i diritti personali di godimento[10].

La Mediazione civile obbligatoria quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale di scioglimento della comunione

E’ possibile che i comunisti siano tutti d’accordo sullo scioglimento della comunione, ma sussistano contrasti sull’assegnazione e ripartizione dei beni che ne fanno parte, oppure non tutti i comunisti sono d’accordo sullo scioglimento della comunione.

In entrambi i casi, il comunista che intenda esercitare il diritto potestativo di divisione, non potrà direttamente adire l’autorità giudiziaria, proponendo appunto domanda giudiziale di divisione, ma dovrà esperire preventivamente il tentativo di mediazione civile.

La mediazione civile è un istituto giuridico (poiché regolata da norme) e consiste nell’attività svolta da un soggetto (mediatore) e consistente nel porre in relazione due o più persone interessate alla conclusione di un affare, di un contratto e nel prestare ad esse la sua assistenza nel corso delle trattative. Il codice civile dedica alla mediazione gli art.1754-1765 c.c.[11]

La mediazione è un’opportunità per trovare una soluzione negoziale volontaria in tutte quelle controversie che hanno per oggetto un diritto disponibile e nelle materie di cui all’ art. 5 del Dlgs. n. 28/2010, per le quali è prevista la mediazione obbligatoria per legge e cioè:

– condominio

– diritti reali

– divisione e successioni ereditarie

– patti di famiglia

– locazione

– comodato

– affitto d’azienda

-responsabilità medica

– responsabilità da diffamazione con mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità

– contratti assicurativi, bancari e finanziari

Il procedimento di mediazione obbligatoria, viene instaurato con istanza ad un Organismo di mediazione.

Il soggetto che vuol fare valere un proprio diritto può avvalersi di un proprio procuratore legale, anche nelle materie in cui il tentativo di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale.

La legge disciplina non solo la mediazione obbligatoria, ma anche la mediazione delegata, in cui è il giudice che, al fine di deflazionare le pendenze processuali, invita le parti a rivolgersi ad un Organismo di Mediazione e tentare di raggiungere, in quella sede, una conciliazione che soddisfi gli interessi e i diritti di tutte le parti.

Un’ altra tipologia è la mediazione volontaria.

In questo caso un individuo o un’azienda può invitare discrezionalmente la parte in conflitto a risolvere la controversia attraverso l’istituto giuridico della mediazione/ conciliazione nei casi di diritti disponibili.

Quali sono i vantaggi della procedura di mediazione obbligatoria?

La procedura di mediazione obbligatoria volta alla conciliazione presenta indiscutibili vantaggi quali:

  • Autonomia: Le parti sono protagoniste nella ricerca di una soluzione del conflitto, e soltanto in caso di mancato accordo possono adire il giudice Ordinario;
  • Celerità nella risoluzione della controversia: la procedura di conciliazione deve concludersi entro 3 mesi;
  • Reciproca collaborazione delle parti: mediante tecniche di comunicazione esperite dal mediatore, le parti vengono responsabilizzate al ripristino di un dialogo costruttivo finalizzato al conseguimento di un accordo che soddisfi i loro diritti e i loro interessi;
  • Riservatezza del procedimento di mediazione obbligatoria: la mediazione obbligatoria si svolge presso un Organismo di Mediazione (iscritto preso un apposito albo e riconosciuto dal Ministero Della Giustizia) in maniera privata in presenza delle parti, assistiti dai loro procuratori e in presenza del mediatore;
  • Efficacia: L’ accordo di conciliazione raggiunto tra le parti in sede di mediazione obbligatoria ha efficacia di un contratto e quindi valore vincolante tra le parti che lo sottoscrivono.

Quando tutte le parti sono assistite da avvocati, il verbale di accordo, sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati, costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione per consegna e rilascio, per l’esecuzione degli obblighi di fare e non fare e per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale.

Pertanto gli avvocati attestano e certificano la conformità dell’accordo di mediazione a norme imperative e di ordine pubblico;

  • Economicità: L’attività conciliativa è molto economica rispetto ai costi processuali e gli stessi sono indicati in apposite tabelle del Ministero Della Giustizia;
  • Esenzioni: Tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di mediazione sono esenti da imposta di bollo e da ogni altra spesa,
  • Gratuito Patrocinio: Nei casi di mediazione obbligatoria, in cui cioè il tentativo di conciliazione è condizione di procedibilità della domanda, all’Organismo di Mediazione non è dovuta alcuna indennità se il soggetto è nelle condizioni di essere ammesso al Patrocinio a spese dello Stato;
  • Credito d’imposta: Alle parti che corrispondono l’indennità a soggetti abilitati a svolgere il procedimento di mediazione obbligatoria è riconosciuto un credito d’imposta fino a € 500,00. In caso di insuccesso il credito d’imposta è ridotto alla metà.

La divisione Giudiziale

 Nell’ipotesi in cui i comunisti non riescano in sede di mediazione civile a pervenire ad un accordo, il mediatore redigerà un verbale negativo di mediazione e, a questo punto, il comunista istante potrà procedere allo scioglimento della comunione proponendo domanda giudiziale di divisione.

La domanda di divisione ai sensi dell’art. 2646 c.c. e dell’art.791 bis c.p.c. va trascritta.

Per i giudizi di scioglimento di comunione ordinaria, la competenza è del giudice del luogo in cui si trovano i beni oggetto della comunione.

La disciplina è contenuta nel libro IV dei procedimenti speciali titolo V: dello scioglimento delle comunioni, agli artt. 784 sgg. del c.p.c.

Ai sensi dell’art. 784 del c.p.c. “le domande di divisione ereditaria o di qualsiasi altra comunione debbono proporsi in confronto di tutti gli eredi o condomini e dei creditori opponenti se vi sono”.

Si tratta quindi, di un litisconsortio necessario.

Ai sensi dell’art. 1113 c.c. (intervento nella divisione e opposizioni), i creditori e gli aventi causa da un partecipante possono intervenire nella divisione a proprie spese, ma viene precluso agli stessi di impugnare la divisione già eseguita, a meno ché non abbiano notificato un’opposizione anteriormente alla divisione stessa, e se si tratta di divisione giudiziale, prima della trascrizione della relativa domanda.

Tuttavia, i creditori iscritti e gli aventi causa, pur avendo diritto ad intervenire nella divisione, non sono parti in tale giudizio.[12]

Inoltre, il creditore del condividente non ha alcuna facoltà di impedire, sospendere o interrompere il giudizio di divisione attivato dal proprio debitore, ma lo stesso può intervenire nel giudizio onde verificare il quomodo e gli effetti.[13]

Le operazioni di divisione sono dirette dal giudice istruttore, il quale, anche nel corso di esse può delegarne la direzione ad un notaio.

Qualora i beni della comunione non siano comodamente divisibili si procederà alla vendita.

L’art. 787 c.p.c. (vendita di mobili), stabilisce che “quando occorre procedere alla vendita di mobili, censi o rendite, il giudice istruttore o il professionista delegato procede a norma degli articoli 534 e seguenti, se non sorge controversia sulla necessità della vendita.

Se sorge controversia, la vendita non può essere disposta se non con sentenza del collegio”[14]

Qualora, nel procedimento divisionale sorga contestazione in ordine alla necessità della vendita dei beni e il Giudice Istruttore provveda con ordinanza, contro la stessa non è ammesso reclamo immediato, né al collegio, né l’opposizione agli atti esecutivi, ma è unicamente impugnabile mediante ricorso per Cassazione ai sensi dell’art. 111 della Costituzione, avendo esso, nonostante la forma un contenuto pregiudizievole di situazioni giuridiche soggetive.[15]

Quando invece si tratta di beni immobili, ai sensi dell’art. 788 c.p.c. (vendita di immobili) “il Giudice istruttore provvede con ordinanza a norma dell’art. 569, terzo comma, se non sorge controversia sulla necessità di vendita.

             Se sorge controversia, la vendita non può essere disposta se non con sentenza del collegio.

La vendita si svolge davanti al Giudice Istruttore.

Si applicano gli articoli 570 e seguenti.

Quando le operazioni sono affidate ad un professionista, questi provvede direttamente alla vendita, a norma delle disposizioni del presente articolo”.

L’art 789 c.p.c.(progetto di divisione e contestazioni su di esso) prevede che il Giudice Istruttore predispone un progetto di divisione che deposita in cancelleria e fissa con decreto l’udienza di discussione del progetto, ordinando la comparizione dei condividenti e dei creditori intervenuti.

Il decreto è comunicato alle parti.

Se non sorgono contestazioni, il Giudice Istruttore, con ordinanza non impugnabile, dichiara esecutivo il progetto, altrimenti provvede a norma dell’art. 187.

In ogni caso, il Giudice Istruttore dà con ordinanza le disposizioni per l’estrazione a sorte dei lotti”.

Secondo quanto dispone l’art. 790 c.p.c.(operazioni davanti ad un notaio)“Se a dirigere le operazioni di divisione è stato delegato un notaio, questi dà avviso, almeno cinque giorni prima ai condividenti, e ai creditori intervenuti nel luogo, giorno e ora in cui le operazioni avranno inizio.

Le operazioni si svolgono alla presenza delle parti, assistite, se lo richiedono e a loro spese, dai propri procuratori.

Se nel caso delle operazioni sorgono contestazioni in ordine alle stesse, il notaio redige apposito processo verbale che trasmette al giudice istruttore.

Questi fissa con decreto un’udienza per la comparizione delle parti; alle quali il decreto stesso è comunicato dal cancelliere.

Sulle contestazioni il giudice provvede con ordinanza.”

Per la Suprema Corte nel procedimento di scioglimento della comunione, la comunicazione del deposito del progetto divisionale e dell’udienza fissata per la relativa discussione deve essere effettuata, a norme dell’art. 789, secondo comma, c.p.c., nei confronti di tutti i condividenti, anche se contumaci;

in difetto di tale adempimento, che non può essere sostituito dal mero deposito in cancelleria dell’elaborato peritale, il Giudice Istruttore non può dichiarare esecutivo il progetto di divisioni per mancanza di contestazioni, risultandone invalidi la relativa ordinanza e i successivi atti del procedimento.[16]

Inoltre, nel procedimento per lo scioglimento della comunione, non occorre una formale osservanza dell’art. 789 c.p.c., ovvero la predisposizione da parte del Giudice Istruttore di un progetto di divisione, essendo sufficiente che lo stesso faccia proprio, pure implicitamente, il progetto approntato e depositato dal CTU.[17]

Ai sensi dell’art. 791 c.p.c (progetto di divisione formato dal notaio), “il notaio redige unico processo verbale delle operazioni effettuate.

Formato il progetto delle quote e dei lotti, se le parti non si accordano su di esso, il notaio trasmette il processo verbale al giudice istruttore, entro cinque giorni dalla sottoscrizione”.

In questo caso il giudice provvede a norma dell’ultimo comma dell’art. 790 c.p.c. per la fissazione dell’udienza.

L’estrazione dei lotti non può avvenire se non in base ad un’ordinanza del giudice.[18]

Per effetto del richiamo dell’art. 116 c.c.,in caso di scioglimento della comunione ordinaria, trova applicazione l’art. 720 c.c., pertanto nell’ipotesi in cui i beni, facenti parte della comunione, non siano comodamente divisibili, verranno ricompresi con addebito dell’eccedenza nella porzione di uno dei coeredi aventi il diritto alla quota maggiore o anche nella porzione di più coeredi, se questi ne chiedano congiuntamente l’attribuzione.

Tale principio si applica anche alla divisione di beni mobili.[19]

Dott.ssa Latella Annunziata

 

Note all’articolo

[1] (Corte di Cass. Sez II Civ., sentenza 04 Dicembre 2007, n. 25288). Come correttamente affermato, nella specie, dal giudice a quo che ha altresì evidenziato la mancanza, nel caso concreto, di pregiudizi agli interessi dell’altro partecipante, tale da giustificare un differimento nel tempo dello scioglimento della comunione.

[2] ( Cass. Sentenza n. del 16.04.1981, n. 2309)

[3] (Corte di Cassazione Sez. Civ. sentenza 22 Luglio 2005, n. 15380). Nella specie, è stata confermata la decisione impugna5tache, nel ritenere la comoda divisibilità di un fabbricato rurale, aveva assegnato a favore di ciascun condividente un distinto corpo di fabbrica che, mantenendo inalterata la originaria destinazione abitativa ed agricola del manufatto, era autonomo e indipendente dall’altro.

[4] Cass.sentenza del 14.04.1982, n. 2227; sentenza 22.11.73 n. 3150

[5] Corte di Cass. Sez. II Civ., sentenza del 29 Marzo 2006, n. 7274

[6]  Corte di Cass.  Sentenza del 16.04.1981, n. 2309)

[7] Corte di Cassaz. Sez.II Civ., sentenza del 21 Agosto 2012, n. 14577

[8] Corte di Cass. Sentenza del 05 Novembre 1992, n. 12003

[9] Corte di Cass.Sez. II Civ. sentenza del 26 Luglio 2005, n.15583)

[10] Corte di Cass. Sez. III Civ., sentenza del 30 Giugno 2005, n. 13948)

[11] Enciclopedia Treccani.

[12] Sentenza di Corte di Cassazione  del 28 Giugno 1986, n. 4330

[13] Corte di Cassazione, Sez.II Civ.ordinanza del 21 Maggio2004, n l9765

[15] Corte di Cassaz., sentenza del 5Febbraio. 1992, n. 834

[16] Corte di Cassazione Sez. II Civ., sentenza del 25 Ottobre 2010, n.21829

[17] Corte di Cassazione, sentenza del 11 Gennaio 2010, n. 242

[18] L’estrazione a sorte delle quote, come ogni operazione del giudizio di divisione, può essere delegata ad un notaio con ordinanza del giudice istruttore o addirittura con sentenza  che le contestazioni insorte fra le parti. (sentenza cass. Del 27 Ottobre 1967, n. 2313.

[19] Cassazione, sentenza del 4 Dicembre 1991, n. 13036, conforme cass. 22 Novembre 2015, n. 8259

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