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“Entrare nella morte ad occhi aperti”

Entrare nella morte ad occhi aperti

“Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…” Marguerite Yourcenar

Responsabilità medica per ritardata diagnosi del Carcinoma: Risarcimento per la perdita di change di una maggiore e migliore sopravvivenza

La Suprema Corte di Cassazione, terza sezione Civile, nella sentenza n. 10424/19 del 15 aprile 2019, ha affermato che l’ordinamento giuridico non è affatto indifferente all’esigenza dell’essere umano di “entrare nella morte ad occhi aperti”

La mancata tempestiva diagnosi di patologia oncologica ad esito infausto, è un danno risarcibile, in quanto lede il diritto all’autodeterminazione in ordine alle scelte ultime della propria vita. In questi termini i giudici di Piazza Cavour, si sono pronunciati in seguito al ricorso dei signori A., P., A. R., L. e M. T. F nei confronti dell’Azienda Unità Sanitaria (d’ora in poi, “ASL “), in relazione al decesso della signora, G. L.

Dunque, i ricorrenti adivano il Tribunale leccese per vedere condannare l’ASL, dell’errore diagnostico della predetta, chiedendo il risarcimento danni iure proprio e iure hereditatis conseguenti al decesso della signora G.L., moglie e madre degli stessi, ritenendo che l’errore diagnostico – impedendo una diagnosi precoce del tumore – avesse privato la loro cara della possibilità di rimediare a tale patologia, e dunque di evitare il decesso, ovvero, che esso, in ogni caso, avesse privato la donna di “chance” di maggiore e migliore sopravvivenza, incidendo comunque sulla qualità della sua vita residua.

 

In punto di fatto, deducevano che la donna nel 1996 era stata sottoposta, presso il presidio ospedaliero di Copertino, ad un intervento, eseguito in laparotomia, di asportazione bilaterale delle ovaie. Successivamente, nel mese di Luglio, veniva comunicato l’esito dell’esame istologico, che evidenziava l’asportazione di fibroma benigno.

G.L, dopo alcuni mesi avvertiva nuovi dolori nella zona pelvica, pertanto si ricoverava presso l’azienda ospedaliera di Padova, ove, nel marzo del 1997, all’esito di una rinnovata valutazione dei vetrini del precedente esame, le veniva diagnosticato un sarcoma del tessuto muscolare liscio che la portava alla morte il 19 ottobre 1997.

All’esito del giudizio di primo grado, dopo aver disposto una Ctu medico-legale, la domanda veniva però integralmente rigettata, con decisione confermata dalla Corte di Appello di Lecce.

Per riassumere, si contestava ai giudici di primo e di secondo grado, una diagnosi senza previsioni terapeutiche, in ragione del fatto che l’intervento immediatamente praticato costituiva “intervento di elezione anche in caso di carcinoma maligno”.

Avverso la sentenza della Corte salentina hanno proposto ricorso per cassazione i T. F., sulla base – come detto – di tre motivi.  Il primo motivo deduce – ai sensi dell’art. 360, comma 1, nn. 3) e 4), cod. proc. civ. – nullità della sentenza per violazione degli artt. 112 e 277 cod. proc. civ., oltre che per assenza assoluta della motivazione ex art. 132, comma 2, n. 4), cod. proc. civ.

Il secondo motivo di ricorso ipotizza violazione “a contrario” dell’art. 360-bis cod. proc. civ., per essere stati disattesi i principi della giurisprudenza di legittimità in tema di accertamento del nesso causale, in materia di responsabilità per attività medico-chirurgica.

Infine, con il terzo motivo si ipotizza – ai sensi dell’art. 360, comma 1, n. 3), cod. proc. civ., in relazione all’art. 115, commi 1 e 2, cod. proc. civ. – “violazione del principio dell’onere della prova nel contraddittorio processuale”. Si censura la sentenza impugnata per aver acriticamente recepito le risultanze della (doppia) CTU, essendo, per contro, “sempre censurabile l’abdicazione della competenza funzionale del Giudice e quindi del suo «ius decidendi», in favore del suo ausiliario”.

La Cassazione “accoglie il ricorso principale, per quanto di ragione, e dichiara inammissibili i ricorsi incidentali proposti” dall’Asl e dal Centro diagnostico, “cassando, per l’effetto, la sentenza impugnata e rinviando alla Corte di Appello in diversa composizione per la decisione nel merito, oltre che per la liquidazione delle spese anche del presente giudizio sulla base delle seguenti argomentazioni:

Secondo la Cassazione “l’ordinamento giuridico non è affatto indifferente all’esigenza dell’essere umano di ‘entrare nella morte ad occhi aperti’”, la mancata diagnosi, in tempo, di una malattia mortale, priva il paziente del diritto a operare le sue “scelte ultime“, col conseguente diritto di ottenere il risarcimento del danno consistente nella “perdita di un ventaglio di opzioni, con le quali affrontare la prospettiva della fine ormai prossima”.

Per la Cassazione si tratta del fatto di “vivere le ultime fasi della propria vita nella cosciente e consapevole accettazione della sofferenza e del dolore fisico in attesa della fine”, e non solo della scelta se procedere o meno con un piano terapeutico, oppure se optare per cure palliative, distinguendo, questo caso, rispetto alla “perdita di chance” legata a malpractice sanitaria.

La Cassazione allarga il campo dei danni risarcibili, richiamando la legge 38/2010, sulle cure palliative, e la legge 291/2017, in materia di Dat (disposizioni anticipate di trattamento).

L’autodeterminazione del soggetto chiamato alla più intensa (ed emotivamente pregnante) prova della vita, qual è il confronto con la realtà della vita, non è priva di riconoscimento e protezione sul piano normativo, e ciò qualunque siano le modalità della sua esplicazione”.

Anche la sofferenza e il dolore – prosegue la sentenza –  là dove coscientemente e consapevolmente non curati o alleviati, acquistano un senso ben differente, sul piano della qualità della vita, se accettati come fatto determinato da una propria personale opzione di valore nella prospettiva di una fine che si annuncia (più o meno) imminente, piuttosto che vissuti, passivamente, come segni misteriosi di un’inspiegabile, insondabile e angosciante, ineluttabilità delle cose”.

Per i  giudici della Cassazione  “rileva innanzitutto la legge 15 marzo 2010, n, 38 (Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore), la “tutela e promozione della qualità della vita fino al suo termine”. Non priva di rilievo è, poi, la stessa legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento).

Secondo gli Ermellini quindi l’autodeterminazione del soggetto chiamato alla “più intensa (ed emotivamente pregnante) prova della vita, qual è il confronto con la realtà della fine” non è, dunque, priva di riconoscimento e protezione sul piano normativo, qualunque siano le modalità della sua esplicazione: non solo il ricorso a trattamenti lenitivi degli effetti di patologie non più reversibili, o, all’opposto, la predeterminazione di un percorso che porti a contenerne la durata, ma anche l’accettazione della propria condizione, perché “anche la sofferenza e il dolore, là dove coscientemente e consapevolmente non curati o alleviati, acquistano un senso ben differente, sul piano della qualità della vita, se accettati come fatto determinato da una propria personale opzione di valore nella prospettiva di una fine che si annuncia (più o meno) imminente, piuttosto che vissuti, passivamente, come segni misteriosi di un’inspiegabile, insondabile e angosciante, ineluttabilità delle cose“.

La Suprema Corte conclude questa appassionata sentenza addirittura con una citazione letteraria tratta dalle “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, una delle scrittrici più autorevoli della letteratura del Novecento, per affermare che l’ordinamento giuridico non è affatto indifferente all’esigenza dell’essere umano di “entrare nella morte ad occhi aperti”.

                                                                                                                                     Dott.ssa Giusy Pasquariello

 

 

 

 

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