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Tributi: la prescrizione è breve

Tributi: la prescrizione è breve

Tributi: la prescrizione è breve

 

Nell’ annosa questione del termine di prescrizione delle entrate patrimoniali dello Stato (tributarie o extra-tributarie), è da segnalare una recente sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Catania, la n. 7018/2018 dell’11.06.2018

Tale sentenza, riprendendo gli argomenti della sentenza della Cassazione a Sezioni Unite n. 23397/2016 del 17.11.2016, ha stabilito che l’IRPEF, anziché in dieci, si prescrive in cinque anni.

Situazione precedente

In precedenza, numerose pronunce dei giudici di merito (ispirate da pronunce della stessa Cassazione), avevano stabilito che, a seguito della notifica del titolo esecutivo/atto della riscossione coattiva (cartella di pagamento o ingiunzione fiscale), il termine di prescrizione veniva automaticamente convertito in decennale, in applicazione dell’art. 2953 c.c. (c.d. “actio iudicati”).

Ciò in quanto il suddetto titolo, si forma prima e al di fuori del giudizio.

Il tutto a prescindere da una preventiva verifica, in sede giurisdizionale, della fondatezza del medesimo.

L’approdo delle Sezioni Unite, con la sentenza n. 23397/2016 del 17.11.2016 

Invero, le Sezioni Unite del 2016, con la succitata sentenza, avevano preso atto di alcune “disarmonie sulla determinazione dell’ambito di applicabilità dell’art. 2953 c.c.”. In particolare, con riferimento alla riscossione, mediante ruolo, di diversi tipi di crediti ” ,quali i crediti di enti previdenziali;  sanzioni amministrative pecuniarie e/o per violazioni di norme tributarie e così via.

La sentenza, che si occupava in particolare della prescrizione dei crediti previdenziali, aveva individuato un risalente orientamento maggioritario.

Tale orientamento affermava che si può verificare la conversione della prescrizione, da breve a decennale ex art. 2953 c.c., soltanto per effetto di sentenza passata in giudicato, oppure di decreto ingiuntivo non opposto, sul quale si sia formato giudicato formale e sostanziale.

Proseguivano le Sezioni Unite:

“Per tale indirizzo l’atto con cui inizia il procedimento di riscossione forzata (qualunque sia il credito cui si riferisce : tributi; contributi previdenziali, sanzioni pecuniarie per violazioni tributarie o amministrative e così via ) pur avendo natura di atto amministrativo, con le caratteristiche del titolo esecutivo… è privo, tuttavia, di attitudine ad acquistare efficacia di giudicato, perché è espressione del potere di auto-accertamento e di autotutela della P.A.

Pertanto, l’inutile decorso del termine perentorio per proporre l’opposizione (pur determinando la decadenza dall’impugnazione), non produce effetti di ordine processuale.

Si produce solo l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito (qualunque ne sia la fonte, di diritto pubblico o di diritto privato), con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2953 c.c., ai fini della prescrizione (vedi, tra le tante: Cass. 25 maggio 2007, n. 12263; Cass. 16 novembre 2006, n. 24449; Cass. 26 maggio 2003, n. 8335)”.

Le Sezioni Unite n. 25790/2009

Tale indirizzo culminava nella sentenza delle Sezioni Unite n. 25790/2009 del 10.12.2009, avente ad oggetto sanzioni tributarie.

In essa si stabiliva che “il diritto alla riscossione delle sanzioni amministrative pecuniarie, previste per la violazione di norme tributarie, derivante da sentenza passata in giudicato, si prescrive entro il termine di dieci anni.

Ciò, per diretta applicazione dell’art. 2953 c.c., che disciplina, specificamente, ed in via generale, la cosiddetta actio judicati”.

Le Sezioni Unite del 2016, vertendo in tema dei contributi previdenziali, si soffermavano brevemente su alcune sentenze della Sezione Lavoro.

Tali sentenze individuavano in detta materia, per la prima volta, i c.d. “titoli para-giudiziali”.

Ossia quei titoli non di formazione giudiziale (sentenze, decreti ingiuntivi) che, nondimeno, comportano l’effetto della definitività e della irretrattabilità del credito.

Nulla, tuttavia, veniva detto in ordine a una possibile applicazione dell’art. 2953 c.c.

L’indirizzo maggioritario culminato nella sentenza del 2009 delle Sezioni Unite,  non era intaccato nemmeno da diverse pronunce della Sezione Tributaria, specie in tema di IVA e Tassa automobilistica, adire delle Sezioni Unite del 2016.

Nelle pronunce della Sezione Tributaria , il termine decennale veniva fatto discendere direttamente dal combinato disposto degli artt. 2946 e 2935 c.c., onde escludere l’applicabilità della prescrizione breve ex art. 2948 n. 4 c.c.

Nessun riferimento, ancora, veniva fatto all’art. 2953 c.c.

L’inizio della “disarmonia” è individuato dalle Sezioni Unite in una sentenza della medesima Sezione Tributaria (Sezione V, 26 agosto 2004, n. 17051) che, pur confermando il pregresso orientamento, ha inconsapevolmente dato la stura all’ equivoco fondamentale.

La sentenza della Sezione V del 26 agosto 2004 n. 17051

Con la sentenza della Sezione V, 26 agosto 2004, n. 17051, “ – in una controversia relativa ad un caso di iscrizione a ruolo per l’IVA” – la Corte si è limitata ad affermare, espressamente, che per effetto della iscrizione ,‘l’Ufficio forma un titolo esecutivo, al quale è sicuramente applicabile il termine prescrizionale di dieci anni previsto dall’art. 2946 c.c.”

Nessuna specifica spiegazione sul punto veniva fornita, nè alcun riferimento “all’actio judicati’, veniva effettuato.

Richiamando tale sentenza, la Sezione Lavoro (a partire da Cass. n. 4338/2014 del 24.02.2014), ha affermato il principio secondo cui:

“una volta divenuta intangibile la pretesa contributiva, per effetto della mancata proposizione dell’opposizione alla cartella esattoriale , non è più soggetto ad estinzione, per prescrizione, il diritto alla contribuzione previdenziale”.

Precisa la Cassazione : “ciò che può prescriversi è soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo, così definitivamente formatosi, riguardo alla quale, in difetto di diverse disposizioni (e in sostanziale conformità a quanto previsto per l’actio judicati ai sensi dell’art. 2953 c.c.), trova applicazione il termine prescrizionale decennale ordinario di cui all’art. 2946 c.c.”.

A tale pronuncia faceva seguito Cass. Sez. Lav., n. 11749/2015 dell’08.06.2015, che riprendeva integralmente il principio affermato.

Questo è l’inizio dell’equivoco.

Sebbene, le Sezioni Unite si premurano di sottolineare che il principio, su affermato dalle due sentenze della Sezione Lavoro, è inserito in alcuni “obiter dicta”.

Ossia, in affermazioni incidentali, che eccedono la necessità logico-giuridica della decisione e sono, come tali, non vincolanti.

Sulla scorta di questo equivoco, la prima sentenza in cui si affermava, chiaramente ed efficacemente, l’applicazione vincolante dell’art. 2953 c.c. alla cartella di pagamento (non opposta nei termini), era la sentenza della Cass. Sez. Lav., 15 marzo 2016, n. 5060 (che richiamava le sentenze n. 17051 del 2004, n. 4338 del 2014 e n. 11749 del 2015).

Gli effetti dell’equivoco

Nell’ ambito della giurisprudenza di legittimità, tale equivoco, ha prodotto risultati circoscritti.

Non è stato così per la giurisprudenza di merito, sulla quale, quell’equivoco ha avuto un forte riflesso.

Le conclusioni delle Sezioni Unite del 2016

Pertanto”, osservano le Sezioni Unite, “appare opportuno precisare che la correttezza dell’orientamento tradizionale è confermata, oltre che dalla precedente sentenza di queste Sezioni Unite 10 dicembre 2009, n. 25790 (già richiamata), da molteplici ulteriori elementi.

In primo luogo, la disciplina della prescrizione è ‘di stretta osservanza ed è insuscettibile d’interpretazione analogica.

Inoltre:

  1. in base all’art. 2946 c.c., la prescrizione ordinaria dei diritti è decennale, a meno che la legge disponga diversamente,
  2. nel caso dei contributi previdenziali è appunto la legge che dispone diversamente (L. n. 335 del 1995 cit., art. 3, comma 9);

Pertanto, la norma dell’art. 2953 c.c., non può essere applicata per analogia oltre i casi in essa stabiliti (ex multis: Cass. 29 gennaio 1968, n. 285; Cass. 10 giugno 1999, n. 5710);

Inoltre, la prescrizione decennale da “actio judicati”, prevista dall’art. 2953 c.c., decorre, non dal giorno in cui sia possibile l’esecuzione della sentenza, né da quello della sua pubblicazione, ma dal momento del suo passaggio in giudicato (tra le tante: Cass. 10 luglio 2014, n. 15765; Cass. 14 luglio 2004, n 13081);

Conseguentemente la conversione della prescrizione breve in quella decennale per effetto della formazione del titolo giudiziale ex art. 2953 c.c., ha il proprio fondamento esclusivo nel titolo medesimo.

Sicché non incide sui diritti non riconducibili a questo e, dunque, non opera per i diritti maturati in periodi successivi a quelli oggetto del giudicato di condanna (Cass. 20 marzo 2013, n. 6967; Cass. 10 giugno 1999, n. 5710 cit.);

Il generico riferimento al “diritto” per il quale sia stabilita un termine di prescrizione breve contenuto nell’art. 2953 c.c., consente di ritenere che, laddove intervenga un giudicato di condanna (anche generica), la conversione del termine di prescrizione breve del diritto in quello decennale si estende pure ai coobbligati solidali anche se rimasti estranei al relativo giudizio (vedi, per tutte: Cass. 13 gennaio 2015, n. 286; Cass. 11 giugno 1999, n. 5762; Cass. 10 marzo 1976, n. 839; Cass. 14 aprile 1972, n. 1173; Cass. 17 giugno 1965, n. 1961; Cass. 17 agosto 1965, n. 1961; Cass. 20 ottobre 1964, n. 2633).

Quest’ultimo effetto, all’evidenza, si attaglia solo ad un titolo esecutivo giudiziale. E’ notorio che soltanto un atto giurisdizionale può acquisire autorità ed efficacia di cosa giudicata.

Il giudicato, dal punto di vista processuale, spiega effetto in ogni altro giudizio tra le stesse parti,per lo stesso rapporto, e dal punto di vista sostanziale, rende inoppugnabile il diritto in esso consacrato.

Ciò, tanto in ordine ai soggetti ed alla prestazione dovuta, quanto all’inesistenza di fatti estintivi, impeditivi o modificativi del rapporto e del credito.

Mentre non si estende ai fatti successivi al giudicato ed a quelli che comportino un mutamento del ‘petitum’ ovvero della ‘causa petendi’ della originaria domanda (vedi, per tutte: Cass. 12 maggio 2003, n. 7272; Cass. 24 marzo 2006, n. 6628).

Della necessità che vi sia un atto giurisdizionale divenuto cosa giudicata, ai fini dell’applicabilità della conversione del termine prescrizionale ai sensi dell’art. 2953 cod. civ. si ha conferma anche nella consolidata giurisprudenza.

Secondo quest’ultima, in tema di riscossione delle imposte e delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie, tale conversione non opera se la definitività dell’accertamento deriva dalla dichiarazione di estinzione del processo tributario per inattività delle parti (tra le tante, di recente: Cass. 6 marzo 2015, n. 4574).”

Rileva, poi, la Corte che l’applicazione indiscriminata, sulla base dell’art. 2953 c.c., del termine decennale, vanifica le esigenze di rapidità e speditezza nella riscossione del credito: principio-guida della riscossione mediante ruolo o equiparata.

Senza contare, come affermato dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 280/2005, che non è possibile, per contrasto con l’art. 24 Cost., lasciare il contribuente assoggettato all’azione esecutiva del fisco per un tempo indeterminato.

E comunque, se corrispondente a quello ordinario di prescrizione, certamente eccessivo e irragionevole”.

Conclusione

La Corte, in conclusione, affermava il principio di diritto secondo cui:

“è di applicazione generale il principio secondo il quale la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito.

Non determina anche l’effetto della c.d. ‘conversione’ del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 c.c..

Tale principio, pertanto, si applica con riguardo a tutti gli atti – comunque denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonchè di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via.

Con la conseguenza che, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo”.

Ne consegue che per ogni entrata patrimoniale dello Stato (tributaria o extratributaria che sia) sarà applicabile il termine di prescrizione più breve, ove previsto.

L’eventuale notificazione della cartella di pagamento (ma anche dell’ingiunzione fiscale), dunque, comporterà il solo effetto della definitività e della irretrattabilità del credito vantato, nonché, aggiungiamo, l’effetto interruttivo della prescrizione.

In conclusione, e aggiungendo una nota alla sentenza della CTP Catania, non è affatto vero che la decisione è frutto di un “mutamento di giurisprudenza”, in quanto, la giurisprudenza di legittimità (quella da tenere a mente) si presentava come assolutamente granitica.

Non si sarebbero potute, dunque, su questa base, compensare le spese del giudizio tributario.

Avv. Andrea Casella

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