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Incarichi Ctu

Incarichi Ctu.

L’amministrazione della giustizia deve essere improntata al principio costituzionale di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione (art. 97 Cost.)e anche l’attribuzione degli incarichi ai Ctu dovrebbe essere improntata a tali principi.

Come è noto, quando in Tribunale si deve decidere su materie che richiedono una conoscenza particolare, tecnica, il magistrato può avvalersi di consulenti che lo aiutano e supportino nella conoscenza di ambiti non propri.

La scelta del consulenti da nominare, quale ausilio, viene fatta dal magistrato tra quei consulenti, indicati in un elenco nel quale i professionisti delle più diverse discipline sono chiamati ad iscriversi.

L’art. 23 disp. att. c.p.c. stabilisce che gli incarichi devono essere equamente distribuiti tra gli iscritti nell’albo, in modo tale che a nessuno degli iscritti possano essere conferiti incarichi in misura superiore al 10% di quelli affidati all’Ufficio.

La norma testè citata affida poi al Presidente del Tribunale ( in tale ambito, o al presidente della Corte D’appello, nell’ambito della Corte D’appello) un potere di vigilanza, ma anche il potere e/o dovere di garantire la trasparenza in ordine al conferimento degli incarichi.

Infatti è proprio la trasparenza in ordine agli incarichi conferiti da ciascun ufficio che può contribuire al rispetto delle regole stabilite.

Rendere fruibili e conoscibili da tutti anche attraverso strumenti informatici (come indicato dallo stesso articolo 23 disp. att. c.p.c), la distribuzione degli incarichi tra i diversi professionisti consente di evitare abusi o anche semplici travisamenti delle regole, seppur in buona fede.

Non capita di rado infatti che i magistrati si rivolgano sempre allo stesso professionista perché magari hanno fiducia nella persona per aver questa bene operato in casi analoghi.

Tuttavia, le regole poste in tema di affidamento degli incarichi al CTU non devono essere violate, perché la loro previsione ha un senso, che va oltre i singoli casi, ed ha una portata ben più ampia:

  • Innanzitutto, è l’affermazione di un principio fondamentale e cioè che il nostro è ancora uno Stato di diritto, e cioè uno Stato, in cui tutti sono soggetti alla legge, anche se rivestono un ruolo importante e meritevole di stima, quale è quello di magistrato. Quindi se c’è una regola da rispettare nella distribuzione degli incarichi ai CTU, non si vede perché non debba essere applicata, alla stregua di qualunque altra norma ;
  • in secondo luogo, una equa distribuzione degli incarichi è applicazione concreta del principio di imparzialità della P.A. che tiene conto delle competenze del CTU e non di altre componenti, quali la fiducia instauratasi ;
  • in terzo luogo, impedisce, in via preventiva, la corruzione. Se si crea un rapporto stabile tra il magistrato ed un determinato CTU, si espone quest’ultimo a possibili contatti da parte di persone, interessate ad un buon esito della perizia, considerato che quest’ultima può incidere notevolmente sull’esito finale del processo.

Come si comprende molte possono essere le implicazioni derivanti dalla violazione della norma indicata, senza considerare l’aspetto sociale ed economico della vicenda.La violazione di tale normativa porterebbe determinare un discredito sociale dell’immagine della giustizia, vista come quella che genera, anziché arginare e combattere il clientelismo; crea categorie di professionisti più gettonati rispetto ad altri solo in base ad una maggiore o minore vicinanza del singolo soggetto ad un magistrato, inserendo un elemento che altera la concorrenza basata sulla competenza.

Pertanto, è auspicabile che i Presidenti dei Tribunali e quelli delle Corti d’Appello, vigilino con cura sull’equa distribuzione degli incarichi, garantendo in primo luogo la TRASPARENZA,  pubblicando sul sito del Tribunale l’elenco degli incarichi che i consulenti iscritti ricevono e i compensi liquidati da ciascun giudice, e cioè rendendo pubblici i dati contenuti in quel registro che il cancelliere deve approntare per consentire al Presidente del Tribunale o della Corte d’appello la vigilanza contemplata dall’art. 23 disp.att. cpc.

Inoltre va rammentato che il non rispetto della normativa richiamata determina illecito disciplinare, come è stato ribadito anche da una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione che si è occupata dell’argomento, inserendo elementi di chiarificazione ed esplicazione della normativa in materia (Cassazione civile, sez. unite, 18 maggio 2016, n. 10157). ”

 Avv. Filomena Iervolino

 

 

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